Rispetto alla Guerra fredda, oggi nel mondo ci sono molte meno armi nucleari. Eppure, il sistema di controllo è più instabile. Ecco perché nell’analisi di Gianluca Pastori, docente di Storia delle relazioni politiche tra Nord America ed Europa, e associate research fellone dell’Ispi

Nonostante il progressivo allargamento degli arsenali sovietici e americani, negli anni della Guerra fredda la nuclearizzazione del confronto bipolare ha giocato un ruolo importante nel garantire la stabilità complessiva del sistema internazionale. Già all’inizio degli anni Sessanta, lo strutturarsi della “triade nucleare” con le sue componenti terrestre, navale e aerea, e l’operare del meccanismo della “mutua distruzione assicurata” (Mad) concorrono a congelare il ricorso concreto a questo tipo di armi e a confinare la possibilità dello scoppio di una “guerra totale” fra le superpotenze essenzialmente alla sfera dell’errore.

I tentativi di giungere alla definizione di un credibile regime di non proliferazione avvengono tutti all’interno di questo schema politico e concettuale e sono attenti a non metterne in discussione i presupposti, come dimostrano, ad esempio, l’adozione del trattato di non-proliferazione nucleare (trattato Npt, 1968), teso a “congelare” lo status quo, e quella del trattato anti-missili balistici (trattato Abm, 1972), teso a depotenziare quella che poteva rappresentare una delle principali minacce al funzionamento del sistema della deterrenza.

Con la fine della Guerra fredda, l’operare di questi meccanismi si è indebolito, anche se il numero totale delle testate schierate a livello mondiale si è drasticamente ridotto dopo la stipula, a partire dalla metà degli anni Ottanta, di una serie di importanti accordi fra Mosca e Washington (trattato Inf sulle forze nucleari a raggio intermedio, 1985; trattato Start I sulla riduzione delle armi nucleari strategiche, 1991; trattato Start II, 1993; trattato Sort, 2002; trattato New Start, 2010).

Parallelamente, il venire meno dell’azione di controllo esercitata dalle superpotenze si è tradotto nella nuclearizzazione effettiva o potenziale di una serie di attori “minori”, spesso non vincolati dai trattati esistenti e sui quali la logica della deterrenza “tradizionale” sembra fare meno presa. Da questo punto di vista, il sistema nel suo insieme appare quindi oggi – anche se meno “armato” in termini assoluti – meno stabile di quanto non lo sia stato in passato, quando il minor numero di attori nucleari e lo schiacciante vantaggio posseduto dalle superpotenze contribuivano a rendere più chiari i segnali che queste si scambiavano attraverso le loro scelte in materia di composizione e di dispiegamento delle forze.

Questo spiega perché, negli ultimi tempi, alcuni dei pilastri del regime del post-Guerra fredda sembrino essere entrati in crisi. L’abbandono del trattato Inf da parte degli Stati Uniti (anticipato il 2 febbraio 2019 e implementato sei mesi dopo) ha impattato, infatti, in modo negativo anche sui negoziati per il rinnovo del trattato New Start. Secondo diverse voci, il rinnovo nella forma corrente del trattato (che scadrà il 5 febbraio 2021) sarebbe quanto meno improbabile.

D’altra parte, la volontà statunitense di “ingaggiare” nell’accordo la Repubblica Popolare Cinese (che non era parte del trattato originario) sembra destinata a fallire, soprattutto a causa dello squilibrio che esiste fra gli arsenali dei contraenti e che finirebbe per penalizzare proprio la posizione di Pechino. Anche lo sviluppo tecnologico (che negli ultimi anni sembra avere sperimentato una significativa accelerazione) gioca contro la possibilità di un rinnovo tout court del trattato New Start, alimentando da una parte i timori degli Stati Uniti per l’attivismo di Mosca nel comparto dei vettori, dall’altro quelli della Russia per l’attivismo uguale e contrario di Washington nel campo dei sistemi antimissile.

La conseguenza immediata è un ulteriore raffreddamento dei rapporti fra i due Paesi. Nel corso dei mesi, l’atteggiamento di Mosca sul rinnovo del trattato New Start è passato dalla sostanziale disponibilità iniziale a una crescente chiusura, motivata dal presunto irrigidimento della posizione di Washington. Si tratta in parte di schermaglie diplomatiche. Di contro, il mancato rinnovo (o un rinnovo in forma diversa) del trattato permetterebbe alle parti di capitalizzare diversi progetti, fra l’altro nel campo delle armi ipersoniche e delle relative piattaforme, dei vettori e dei già ricordati sistemi antimissile, ad esempio il Ground-Based Strategic Deterrent (Gbsd) nel cui sviluppo sono impegnate realtà importanti come Boeing e Northrop Grumman. Sono tutte iniziative che, se da un lato permetterebbero a Mosca di mettere a frutto i progressi fatti in questi anni, dall’altro permetterebbero a Washington di colmare quelle che alcuni osservatori hanno identificato come debolezze della base tecnico-scientifica nazionale e di affidabilità, aggiornamento tecnologico e prontezza operativa delle forze.

Condividi tramite