Washington ha tentato una ulteriore stretta sull'Iran al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che ha però bocciato la bozza sull'estensione dell'embargo sulle armi a Teheran. Eppure la mossa degli Stati Uniti potrebbe essere uno stratagemma... Il retroscena di Valeria Robecco da New York

New York – Gli Stati Uniti hanno tentato un’ulteriore stretta sull’Iran passando per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma al Palazzo di Vetro Washington è sempre più isolata su Teheran. I Quindici hanno bocciato la bozza di risoluzione americana che chiedeva di estendere l’embargo sulle armi all’Iran “fino a quando il Consiglio di Sicurezza non deciderà altrimenti”. Il testo, che era stato ammorbidito rispetto alla versione originale proprio per tentare di trovare un accordo con gli altri membri, ha ottenuto soltanto due voti a favore (Usa e Repubblica Domenicana), 11 astensioni e due contrari (Russia e Cina). Non avendo ottenuto la maggioranza necessaria di nove sì, Mosca e Pechino non hanno dovuto esercitare il diritto di veto.

Il documento da settimane era oggetto di un duro braccio di ferro in Cds, e qualche ora prima del risultato del voto, il presidente russo Vladimir Putin ha proposto un vertice dei capi di stato o di governo dei cinque membri permanenti (Cina, Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia), più Germania e Iran, per discutere il dossier e tentare di evitare lo “scontro e l’escalation delle tensioni” alle Nazioni Unite. “Le discussioni al Consiglio di Sicurezza si fanno sempre più tese, la situazione sta peggiorando”, ha spiegato il leader del Cremlino. Per questo, ha proposto di organizzare “quanto prima una riunione online”. L’embargo, secondo la risoluzione che recepisce l’accordo sul nucleare concluso nel 2015 (ovvero impedisce all’Iran di sviluppare armi nucleari in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni), scade in ottobre. “L’incapacità del Consiglio di agire con decisione in difesa della pace e della sicurezza internazionale è imperdonabile”, ha tuonato il segretario di stato americano Mike Pompeo. Sottolineando che l’organo Onu “ha respinto una risoluzione ragionevole e ha aperto la strada al principale sponsor mondiale del terrorismo per acquistare e vendere armi convenzionali senza specifiche restrizioni delle Nazioni Unite”.

Sapendo che difficilmente sarebbero riusciti a far passare il documento in Cds, anche perché Russia e Cina da subito avevano agitato lo spettro del veto, gli Usa avevano già pronto il piano B, minacciando di utilizzare una disposizione dell’intesa del 2015 per innescare il ritorno delle sanzioni Onu. Washington sostiene di poter agire in tal senso perché, anche se si sono sfilati dall’accordo, la risoluzione che lo recepisce li nomina ancora come partecipanti. Secondo gli osservatori il rinnovo delle sanzioni (il cosiddetto “snapback”), probabilmente segnerebbe la fine dell’intesa, perché Teheran perderebbe un incentivo importante a limitare le sue attività nucleari. E il fatto che gli Stati Uniti abbiano voluto mettere al voto la bozza in ogni caso sarebbe stato proprio uno stratagemma per attivare questo meccanismo. Per farlo, l’amministrazione di Donald Trump dovrebbe presentare un reclamo al Consiglio (mossa che potrebbe avvenire già la settimana prossima), il quale dovrebbe poi votare entro 30 giorni una risoluzione per proseguire l’alleggerimento delle sanzioni: in caso contrario, le misure restrittive torneranno in vigore.

Alla luce dello storico accordo di pace tra Israele ed Emirati Arabi annunciato proprio dal presidente Usa giovedì, tuttavia, l’irrigidimento alle Nazioni Unite potrebbe essere seguito da una eventuale apertura, in perfetto stile Trump, se il tycoon rimarrà nello Studio Ovale. “Se sarò rieletto – ha infatti assicurato – farò un accordo con l’Iran in 30 giorni”.

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