Roberto Setola, direttore del master in Homeland Security presso il Campus bio-medico di Roma, indica la strada da seguire per difendere i nostri dati: investire in tecnologia e in formazione degli utenti

“L’attività dell’amministrazione statunitense nei confronti di Huawei nasce in un contesto di rapporti commerciali tesi con la Cina. Questa attività è dunque un elemento di una strategia più ampia”, spiega a Formiche.net Roberto Setola, direttore del master in Homeland Security presso il Campus bio-medico di Roma.

Professore, ci sono altri elementi da tenere in considerazione in questo scontro?

Siamo alla vigilia di una tornata elettorale ed è evidente che l’amministrazione statunitense cerchi di premere sui temi a lei più cari. In particolare, TikTok è stato evidenziato come un social media non completamente gestibile dall’amministrazione statunitense. Ci sono diversi casi: per esempio, il comizio del presidente Donald Trump a Tulsa nel mese di giugno (che fu boicottato da utenti della piattaforma, ndr) ha reso questo elemento chiaro all’amministrazione.

È una battaglia di dati?

È in dubbio che esistano fenomeni di utilizzo improprio dei dati e di spionaggio. Esistono elementi che la Cina abbia perpetrato, come altri Paesi, questo tipo di attività. Ma al momento non esistono prove che Huawei sia direttamente coinvolta in queste operazioni.

E l’Europa?

Noi europei purtroppo siamo spettatori.

Spettatori, ma forse chiamati a una scelta di campo?

Noi abbiamo già fatto una scelta di campo aderendo alla Nato. Ed è chiaro che dobbiamo mantenerla. Noi come Europa dobbiamo dimostrare di avere una nostra autonomia e una nostra capacità di salvaguardia dell’identità europea rispetto alle interferenze esterne. Inoltre, non possiamo trascurare il fatto che l’Occidente sia rimasto indietro rispetto alla Cina: dobbiamo ricominciare a investire nello sviluppo di tecnologie e competenze. C’è un altro aspetto che mi sorprende…

Prego.

Nel dibattito di questi giorni manca il tema della formazione dell’utente, sul creare consapevolezza nelle singole persone su ciò che significa utilizzare certe tecnologie e fornire dei dati. Ora sembra che questa consapevolezza sia limitata agli addetti ai lavori da un lato, dall’altro a una visione della privacy come opposizione più che opportuno sfruttamento dei propri diritti. Oggi c’è un dibattito ideologico, non una concreta presa di coscienza della rilevanza del dato.

È una dinamica a cui abbiamo assistito nel dibattito sull’app Immuni?

Sì. Si è partiti da una serie di considerazioni a tutela della privacy che poi sono andate oltre le indicazioni fornite dai regolatori europei. Siamo arrivati all’eccesso di rinunciare a un diritto costituzionale come quello della mobilità quando c’è stato il lockdown ma non riteniamo opportuno concedere i nostri dati tramite un’app di contact-tracing mentre nello stesso tempo postiamo nostre foto in maniera compulsiva sui vari social media. È un’assurdità: in questo modo forniamo informazioni ancor più dettagliate di quelle che utilizza Immuni.

Come siamo arrivati a questo?

L’utente oggi vede la privacy come uno scudo personale rispetto a intromissioni di autorità governative. Ma non riesce a cogliere che in realtà la privacy è anche una tutela rispetto a comportamenti che possiamo definire commerciali, più o meno invasivi.

E dal punto di vista governativo?

È difficile riuscire a cogliere la rilevanza delle informazioni, cosa che invece nel settore privato — sopratutto al di fuori dell’Europa — rappresenta una dimensione in estrema crescita e rilevanza.

Il professor Francesco Pizzetti ha parlato a Formiche.net delle difficoltà nella gestione dei dati legati alla pandemia. Qual è il suo pensiero?

Abbiamo una sanità fortemente regionalizzata e ciò implica che a livello nazionale non abbiamo una visibilità concreta delle informazioni. Ma serve decidere il bilanciamento: aggregando i dati tutelo i singoli, tuttavia così facendo non riesco a tutelare adeguatamente la collettività.

Esiste una soluzione a questo dilemma?

Tecnologicamente esistono sempre soluzioni. Ogni soluzione ha ovviamente aspetti positivi e negativi. Più si va sul dato singolo più c’è il rischio di violazione della privacy, ma al tempo stesso quel dato è più utile allo scopo — in questo caso il contrasto alla diffusione del coronavirus. Anche alla luce di ciò che si legge oggi sui giornali — dei problemi della mobilità dei giovani —, strumenti di contrasto più rapidi e strumenti di contact-tracing possono ridurre l’impatto. Oggi leggere che per una persona a una festa ne vengono messe in quarantena 300… Beh c’è qualcosa che non va anche nell’efficenza del sistema sanitario.

In Italia abbiamo un problema anche di cultura nella gestione e lettura dei dati?

Gestire i dati vuol dire avere la capacità di utilizzare certi strumenti. Storicamente, la classe dirigente italiana — penso soprattutto al settore pubblico — è di estrazione giuridico-economica, dove comanda la regola e non l’analisi empirica del dato. A questa visione si sovrappone una frammentazione delle competenze (ancor più evidente nel settore sanitario) e quindi l’impossibilità di aggregazione del dato.

Manca, anche qui, la formazione?

Più cerchiamo di fare affidamento sui dati per comprendere i fenomeni più dobbiamo avere persone con quel background e quelle competenze. In Italia qualcosa si sta muovendo a livello universitario. Ma soprattutto nella pubblica amministrazione le figure professionali con questa tipologia di competenze non sembrano emergere. Basti vedere i bandi per la Pa degli ultimi quattro-cinque anni: al più si parla di esperti di informatica o statistica. Ma persone con background nella gestione del dato non vengono ricercate, anche perché non sono previste nelle piante organiche. La società evolve in maniera estremamente veloce ma il settore pubblico non ha il passo necessario ad adeguarsi. Questo è sicuramente un gap culturale che dobbiamo cercare di colmare.

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