Da Kellyanne Conway a Mike Pompeo fino a Rudy Giuliani, l'Italian connection della squadra di Donald Trump è senza precedenti. Ecco chi sono e perché possono contare a novembre. L'analisi di Valeria Robecco

New York. C’è una significativa componente di italianità nella Casa Bianca di Donald Trump. Uomini e donne con una forte affinità di pensiero con il presidente americano, tanto da entrare nel suo cerchio magico, e soggetti reclutati ad hoc per attuare alcune delle iniziative più draconiane messe in campo dal Tycoon.

A partire dall’ingegnere della politica estera di Trump, il segretario di Stato Mike Pompeo, già direttore della Cia dal 2017 al 2018. Repubblicano conservatore appoggiato dal Tea Party, Pompeo ha origini abruzzesi: sua nonna materna Fay Brandolino era figlia di Giuseppe Brandolino e Carmela Sanelli, che emigrarono negli Usa da Caramanico Terme, in Abruzzo, mentre i bisnonni paterni Carlo Pompeo e Gemma Pacella avevano casa a Pacentro, sempre in Abruzzo, prima di emigrare negli Stati Uniti tra il 1899 e il 1900.

Nei giorni scorsi Pompeo ha parlato anche alla convention repubblicana definendo la politica estera dell’America First un successo. Intervento che ha suscitato diverse critiche tra i detrattori per il suo ruolo: per il New York Times è stato il primo di un segretario di stato in carica da almeno 75 anni. 

Poi c’e’ uno dei fedelissimi del presidente, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, tra i pochi rimasti senza scossoni sin dal principio nella sua orbita, passando attraverso scandali e polemiche degli ultimi quattro anni.
Giuliani, nato a Brooklyn nel 1944, ha origini di Montecatini, località natale dei nonni. Il padre, emigrato, aveva intrapreso l’attività dell’idraulico, ma lui, pur venendo da una famiglia modesta, puntava in alto, anzitutto volendo diventare avvocato.
La sinistra lo detesta, e anche alcuni repubblicani – soprattutto dopo che è emerso il suo ruolo ombra nell’Ucrainagate – hanno consigliato al presidente di allontanarlo. Trump, invece, ha dimostrato gratitudine per la sua lealtà assicurandogli uno spazio nell’ultima serata (la più importante) della kermesse repubblicana. Occasione in cui lui ha chiesto agli americani di non rendere gli Usa un paese alla deriva come Bill De Blasio ha fatto con la “sua” New York. 
A spiegare da dove nasce la forte presenza tricolore nella cerchia del presidente è Guido George Lombardi, imprenditore italiano da 45 anni negli Stati Uniti e già direttore dell’International Council for Economic Development. Ma soprattutto inquilino della Trump Tower e amico di lunga data del tycoon, di cui ha curato la campagna ombra sui social media durante le presidenziali 2016. “Trump è cresciuto a Brooklyn, e chiaramente tra Brooklyn e il Queens tanti erano di origine irlandese o italiana, soprattutto nel settore delle costruzioni”, spiega a Formiche.net. “Crescendo lì, Donald ha dovuto confrontarsi con la realta’ degli italoamericani di New York, gente con un forte senso della famiglia, del rispetto della religione e delle istituzioni – prosegue – Si è sempre trovato bene con persone che genuinamente avevano quei valori”.
Lombardi racconta poi di come sia andato d’accordo sin da subito con un’altro membro del cerchio magico di Trump con sangue italiano, la consigliera in uscita Kellyanne Conway. La permanenza nell’amministrazione di Kellyanne non è mai stata messa in dubbio, ma pochi giorni fa ha deciso lasciare per motivi di famiglia (marito e figlia sono fortemente anti-Trump).
Di origini italiane da parte di madre, Conway nel 2016 si è unita alla campagna dell’allora candidato del Grand Old Party diventandone anche la manager. E dopo le elezioni è stata una delle più strette consigliere del Comandante in Capo. “È molto orgogliosa di essere di origini italiane – spiega Lombardi – Mi ha detto subito ‘io sono veramente italiana, e so anche fare le lasagne”. 
 
Di origini tricolore sono pure due degli uomini dietro le politiche draconiane sull’immigrazione dell’amministrazione Usa. Il primo è Matthew Albence, direttore ad interim dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement(Ice), che una volta ha paragonato gli affollati e sporchi centri di detenzione per famiglie ad un “campo estivo”.
E poi Ken Cuccinelli, secondo in grado presso il Department of Homeland Security, sostenitore della linea dura sull’immigrazione. Il bisnonno sarebbe arrivato a Ellis Island su un piroscafo affollato al pari di altri milioni di immigrati.
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