Il Paese che per primo, grazie ai propri scienziati, supererà la fase emergenziale acquisterà un vantaggio competitivo e d’immagine. Ma si tratterà di un beneficio limitato nel tempo: la ricaduta sostanziale sarà l’innesco della ripresa economica. L'analisi di Germano Dottori, professore di Studi Strategici alla Luiss

Ha destato un certo scalpore e ingiustificate ironie l’annuncio con il quale il presidente russo Vladimir Putin ha fatto sapere che Mosca è riuscita a produrre un vaccino contro il Covid-19: lo Sputnik V.

A distanza di pochi giorni – altro fatto potenzialmente gravido di importanti conseguenze – gli israeliani dell’ospedale Hadassah di Gerusalemme hanno a loro volta reso noto di aver utilizzato con successo sui malati un farmaco curativo prodotto utilizzando degli anticorpi al coronavirus. Tre pazienti trattati con il nuovo medicinale sarebbero infatti guariti rapidamente.

Quanto sta accadendo suggerisce alcune considerazioni, dal momento che la lotta alla pandemia è destinata a determinare effetti geopolitici non trascurabili, seppure al momento poco investigati dai media e assenti nel dibattito pubblico.

Le questioni da affrontare sono numerose. La prima riguarda la credibilità del risultato rivendicato dai russi. C’è infatti grande scetticismo circa l’efficacia del vaccino di cui è stata appena ufficializzata la registrazione. La comunità scientifica internazionale ha ammesso di saperne poco o niente. E in attesa di acquisire la documentazione relativa ai metodi utilizzati per ottenerlo e sperimentarlo ha invitato il mondo intero alla cautela.

Non sempre tuttavia il giudizio è stato sereno, come spesso capita quando c’è di mezzo la Russia. Al contrario, è assai frequentemente scaduto nel pregiudizio, circostanza che certamente non aiuterà nessuno ad uscire prima dall’incubo che ci attanaglia. In questa battaglia ciò che veramente conta è vincere. Molto più di chi sarà il primo a mettere la propria bandiera sopra l’eventuale successo.

Sforzi tesi alla fabbricazione di un vaccino efficace sono in corso in tutto il pianeta. I programmi noti sono più di 160 – secondo alcune fonti addirittura 199 — e di cinque di loro si sapeva già agli inizi del mese come fossero giunti alla fase della sperimentazione sull’uomo.

Non è banale ricordare come di quei cinque, tre risultassero in sviluppo in Cina, uno in Europa e uno soltanto negli Stati Uniti.

Ai vaccini Made in China starebbero lavorando la Sinopharm, che ha laboratori a Pechino e Wuhan, e la Sinovac. La ricerca europea è guidata dallo Jenner Institute dell’Università di Oxford in collaborazione con la multinazionale AstraZeneca, mentre negli Stati Uniti la capofila è la Moderna, una società biotech che ha sede nei pressi di Boston. È motivo di soddisfazione apprendere che sia in campo anche un vaccino italiano — in realtà un derivato del progetto europeo — che però inizierà soltanto tra il 24 e il 26 agosto prossimi i test all’ospedale Spallanzani, su un campione circoscritto di tre volontari.

È molto probabile che ciascuna delle maggiori potenze coinvolte nella battaglia contro il Covid-19 operi seguendo procedure diverse. Che la ricerca in corso nella Repubblica Popolare coinvolga Wuhan la dice lunga sulla natura dell’attività in atto. Il coinvolgimento delle locali forze armate va dato per certo. In alcuni Paesi, dopotutto, il coronavirus è un problema di sanità pubblica, mentre in altri è considerato una questione di sicurezza nazionale, circostanza che determina automaticamente il coinvolgimento della Difesa nello sviluppo degli antidoti.

Questo spiega la relativa sorpresa dello Sputnik V: il fatto che sia stato registrato dall’Istituto epidemiologico e microbiologico di ricerca Gamaleya non deve trarre in inganno, dal momento che questa struttura ha lavorato in stretta collaborazione con il quarantottesimo Istituto centrale di ricerca del Ministero della Difesa russo.

Tutti ricorderanno come la Federazione Russa rischierò in Nord Italia un proprio contingente militar-sanitario composto dalle unità d’élite specializzate nella guerra chimica, biologica e batteriologica: avevano il compito di aiutarci nelle bonifiche, ma anche l’obiettivo dichiarato di sequenziare il virus che stava mettendo in ginocchio le province di Bergamo e Brescia. Mosca giocava d’anticipo, a differenza degli Stati Uniti e dei maggiori paesi europei.

La Russia, che non aveva ancora sperimentato la fase più acuta della pandemia, ha cominciato a muoversi in quel preciso momento, utilizzando elementi del proprio sistema-Paese che agiscono normalmente in condizioni di elevata segretezza. Proprio questo dato non consente di escludere che la sperimentazione condotta nella Federazione Russa sia stata assai più larga di quanto comunemente si creda, potendo coinvolgere un ampio numero di soldati al riparo di qualsiasi indiscrezione.

Del vaccino russo, ma forse anche degli altri che sono allo studio, sono altri gli elementi che pongono dubbi. Il primo riguarda il bacino delle persone che potranno davvero beneficiare di un intervento di prevenzione di questo tipo: non si sa ad esempio – e alcuni lo sussurrano privatamente – se una vaccinazione al Covid-19 sia opportuna nei confronti degli anziani, che sono proprio la categoria a più alto rischio. Non a caso, lo stesso Putin ha rivelato come lo Sputnik V sia stato testato su sua figlia, ovvero una persona giovane, e non su di lui.

Tutto questo ovviamente alimenterà polemiche a non finire, una volta che i vaccini saranno disponibili per tutti, momento che in ogni caso non si verificherà prima del prossimo anno, sempre che tutto vada per il verso giusto o che, magari, il virus non esaurisca la propria carica aggressiva da solo, rendendo antieconomica ed inutile tutta l’operazione.

Quanto sta accadendo, comunque, dovrebbe contribuire a migliorare il clima generale delle aspettative. Il Covid-19 può essere addomesticato e sconfitto, agendo a più livelli, sul piano della prevenzione, della profilassi vaccinale e delle cure farmacologiche. Con innovazioni improvvise ma anche e forse soprattutto con miglioramenti incrementali, di cui sono già tangibili gli effetti, in particolare sotto forma di contagi che conducono sempre meno frequentemente al ricovero nelle terapie intensive e alla morte.

Chi per primo, grazie ai propri scienziati, supererà la fase emergenziale acquisterà un vantaggio competitivo e d’immagine, che potrà aiutarlo a cementare dei rapporti privilegiati con i Paesi verso i quali si dirigerà prioritariamente l’export dei propri vaccini e dei farmaci curativi. Ma si tratterà di un beneficio limitato nel tempo, che non altererà in nessun caso la geografia delle alleanze internazionali. La ricaduta sostanziale, che riguarderà tutti, sarà l’innesco della ripresa economica mondiale.

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