Oggi e domani a Venezia si tiene la Soft Power Conference, primo evento dell’associazione fondata da Francesco Rutelli. Tra gli ospiti Joseph Nye, David Sassoli, Paolo Gentiloni e Giovanni Bazoli. L’ex vicepremier a Formiche.net: “Dobbiamo scommettere su una Germania europea piuttosto che assertiva”

“Il soft power italiano non può essere ridotto a una cartolina-ricordo delle nostre città d’arte”. A sostenerlo in un colloquio telefonico con Formiche.net è Francesco Rutelli, fondatore del Soft Power Club, un’associazione che oggi e domani vive a Venezia presso la Fondazione Giorgio Cini e la Fondazione Prada, il suo primo appuntamento pubblico. “Umilmente dico che non sarebbe stato facile riunire un Soft Power Club con partecipanti autorevoli in un’altra nazione. In Italia ci sono città che hanno in sé un significato universale e che sono piattaforme importanti, purtroppo nel tempo non sempre valorizzate”. Basti pensare che tre anni fa, l’allora premier britannica Theresa May aveva scelto Firenze, città simbolo del Rinascimento, per un importante discorso sulla Brexit e il futuro dell’Europa.

Tra gli ospiti (in collegamento o con videomessaggio) della prima Soft Power Conference Joseph Nye, politologo statunitense che ormai trent’anni fa coniò la definizione di soft power, David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, Paolo Gentiloni, commissario europeo per l’Economia, e Giovanni Bazoli, presidente della Fondazione Giorgio Cini e presidente emerito di Intesa San Paolo. Ad aprire i lavori un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Secondo l’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “nell’attuale stato di crisi del multilateralismo e della cooperazione internazionale, un soft power positivo può contribuire a un’inversione di tendenza, specialmente sul fronte delle spaccature apertesi nello scenario globale”, ha scritto oggi sulla Stampa.

Ma il soft power può funzionare anche per l’Italia? A rispondere a questa domanda il professor Nye, intervistato da Repubblica: “Certo, confusione politica, i continui cambiamenti di governo, le instabilità finanziarie non esprimono un modello attraente all’estero”, ha spiegato il professore di Harvard. “Al contrario, valori italiani come la cultura, la creatività del design e della moda, le tradizioni gastronomiche, la bellezza del paesaggio, la simpatia, rendono l’Italia uno dei Paesi più amati al mondo”.

“Il nostro Paese ha sempre sottovalutato il proprio soft power”, ammonisce Rutelli: “L’Italia ha ben chiare la propria alleanza e collocazione internazionale; allo stesso tempo, è un piattaforma in termini di esportazioni, di cultura e di industrie creative. Il compito dell’Italia è di saper far valere la proprie capacità — che sono enormi — e sostenerne le potenzialità competitive”.

Il tutto in un mondo e in Paesi in trasformazione. “Le politiche globaliste come le abbiamo conosciute negli anni Novanta non torneranno perché corrispondevano a un mondo unipolare. Gli interessi nazionali peseranno molto di più di quanto abbiamo vissuto dopo la caduta dell’Unione sovietica”, spiega Rutelli. “Allo stesso tempo, la pandemia e i cambiamenti climatici indicando che la collaborazione internazionale è più importante che mai. L’interconnessione del mondo è inarrestabile, al di là delle frontiere e delle politiche e degli interessi di ciascun Paese. Lo spazio della collaborazione dev’essere riscoperto e reso più efficace ed efficiente”, aggiunge.

Nel suo recente intervento al Meeting di Rimini, l’ex governatore della Banca centrale europea Mario Draghi aveva evidenziato come il Wto e l’impianto del multilateralismo erano stati messi “in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina”. “Mai dall’Europa”, aggiungeva Draghi sottolineando poi che all’“inadeguatezza di alcuni di questi assetti” “piuttosto che procedere celermente a una loro correzione” “si lasciò, per inerzia, timidezza e interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una protesta contro tutto l’ordine esistente”.

E se fosse proprio l’Europa il nuovo faro del multilateralismo? Rutelli sottolinea come “siamo mezzo miliardo di persone ma presi singolarmente i Paesi, anche i più solidi come la Germania, saranno nei prossimi decenni entità minori nel contesto globale”. Per questo, prosegue, “l’Europa ha l’obbligo e l’opportunità di recuperare, dopo la pandemia, un ruolo nel rilancio. Ma deve anche prendere coscienza del fatto che nel mondo, prossimo a 8 miliardi di abitanti, anche gli interessi nazionali vanno coordinati con l’interesse unitario europeo”.

Nelle ultime settimane la cancelliera tedesca Angela Merkel sembra aver ripreso il timone della politica estera europea: basti pensare ai dossier Bielorussia, embargo sulle armi nei confronti dell’Iran e Turchia. “La Germania ha una funzione equilibratrice, sa di essere indispensabile per la Nato e l’Unione europea e di trovarsi nel primo segmento di quella grandissima piattaforma che si chiama Eurasia”, dice Rutelli. “Ma allo stesso tempo è consapevole di aver bisogno di tutti gli altri attori. Quello che abbiamo visto in questi mesi e che abbiamo visto con la presidenza semestrale tedesca del Consiglio dell’Unione europea è una conferma di questa consapevolezza. Penso che dobbiamo scommettere su una Germania europea più che su una Germania assertiva”.

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