Al netto delle incertezze del piano Usa di ritiro dalla Germania, l'eventuale ricollocamento del comando AfriCom in Italia si presenta come un'opportunità da cogliere. Un segnale su come impostare il dialogo arriva dal nuovo accordo tra Stati Uniti e Polonia, un “Enhanced defense cooperation agreement”. Ecco come funziona

Tra i dodicimila militari che gli Stati Uniti hanno annunciato di ritirare dalla Germania, sono un migliaio quelli che lavorano a Stoccarda nell’ambito dello US Africa Command (AfriCom), il comando con competenza su tutte le operazioni in Africa. A sentire le dichiarazioni del Pentagono, potrebbero finire in Italia. Al netto delle incertezze del piano e degli obiettivi elettorali di Donald Trump, l’eventualità segue lo storico interesse di Roma ad avere alleati più attenti per il fianco sud, presentandosi dunque come un’opportunità da cogliere. Un segnale su come impostare il dialogo arriva dal Pentagono, dove ieri il segretario alla Difesa Mark Esper ha annunciato la positiva conclusione dei negoziati con la Polonia per un nuovo accordo in materia di Difesa.

L’ACCORDO TRA WASHINGTON E VARSAVIA

L’accordo si configura come Enhanced defense cooperation agreement (Edca), basato soprattutto sulla joint declaration siglata lo scorso anno da Donald Trump e Andrzej Duda, quando la visita del presidente polacco negli Stati Uniti fu accompagnata dal primo sorvolo di un F-35 sulla Casa Bianca. Specificatamente, spiega lo stesso Esper, l’Edca polacco fornisce “il framework legale, le infrastrutture e un equo burden sharing”, tutti elementi “essenziali per approfondire la cooperazione in materia di difesa”. Essenziali per l’incremento di mille unità al contingente americano impegnato in Polonia, attualmente pari a 4.500 militari. Tutti saranno “in rotazione”, formula utile a Washington per evitare eccessive rimostranze da Mosca rispetto a una presenza fissa.

LA FORMULA

Le “infrastrutture” riguardano gli assetti necessari nella nazione ospitante per l’aumento del contingente, mentre con “equo budern sharing” si fa riferimento in modo piuttosto elegante ai costi del dispiegamento, da dividere equamente tra i due Paesi rispetto agli interessi di ciascuno. Con tale formula, gli Usa fanno capire che l’incremento della presenza militare ha un costo e che deve essere bilanciato, considerando soprattutto che la mossa nasce più per volontà di Varsavia (intimorita dall’Orso russo) che per desiderio di Washington, per nulla desiderosa di indispettire troppo la Russia. Sulla base dell’Edca, in Polonia arriveranno elementi del V Corps dell’Esercito Usa (re-istituito solo lo scorso febbraio proprio per rafforzare la presenza in Europa), nuove capacità per impieghi Isr (intelligence, sorveglianza e riconoscimento) e le infrastrutture per supportare un combat team di una brigata corazzata terrestre e un brigata, anch’essa combat, aeronautica.

LE INTESE “EDCA”

C’è voluto all’incirca un anno per definire il tutto, a dimostrazione di quanto tempo possa passare prima di vedere concretizzarsi il piano recentemente annunciato di ritiro di dodicimila militari dalla Germania e di ridispiegamento di 5.600 di essi in altri Paesi europei, Belgio e Italia su tutti, almeno a sentire la conferenza stampa al Pentagono della scorsa settimana. Anche per queste manovre (che per ora hanno più una valenza politica, interna ed esterna) ci vorranno discussioni con i Paesi ospitanti. Non serviranno però accordi di tipo “Edca”, già sperimentati dagli Usa con Filippine (2014) e Singapore (2015), necessari per dare riferimenti legali ai dispiegamenti in Paesi esterni alla consolidata tradizione Nato.

IL CASO ITALIANO

Per l’Alleanza Atlantica, il il riferimento è in particolare all’artico 3 del Trattato del nord Atlantico (1949), secondo cui le parti “mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e accresceranno la loro capacità individuale e collettiva di resistere ad un attacco armato”. Ne seguì due anni dopo la Convenzione di Londra tra gli Stati parti del Trattato sullo status delle loro Forze, un riconoscimento reciproco necessario per ospitare i militari di altri Paesi. Tale convenzione ha aperto la stagione dei vari accordi bilaterali tra gli Usa e i singoli Paesi europei per regolare i dispiegamenti americani nel Vecchio continente. Nel caso italiano, l’accordo è arrivato nel 1954, e resta tutt’ora il riferimento per la presenza Usa nel nostro Paese, seguito da una serie di memorandum specifici per le basi più rilevanti. Più di recente, nel 1995, lo “shell agreement” tra il ministero della Difesa e il Pentagono ha ulteriormente dettagliato la concessione di installazioni italiane in uso alle Forze Usa, poi rafforzato da singoli “technical agreement”, uno per ognuna della basi della Penisola che ospitano gli americani.

LA LOGICA POLITICA

Tutto questo concerne la parte tecnica, spigolosa ma piuttosto agevole se c’è la volontà politica, il cui riferimento è soprattutto lo “Strategic dialogue” tra i due Paesi. In tal senso (politico) va letto l’eventuale potenziamento del numero di militari americani in Italia. Per gli Stati Uniti, come detto dallo stesso Esper, sarebbe utile a potenziare la proiezione Usa verso gli scenari sud-orientali europei, con un occhio in più per il Mar nero. Per il nostro Paese, si tratterebbe di rafforzare il legame con l’alleato d’oltreoceano, nonché di indirizzarlo verso gli interessi italiani, in particolare per il contesto Mediterraneo. Proprio un anno fa, dall’incontro alla Casa Bianca con Donald Trump, il premier Giuseppe Conte incassava dagli Usa l’assenso a un ruolo-guida dell’Italia nel “mare nostrum”, in particolare per l’annosa questione libica.

IL FIANCO SUD…

D’altra parte, da tempo il nostro Paese chiede alla Nato maggiore attenzione per il fianco meridionale. Per questo l’Alleanza ha stabilito a Napoli l’Hub per il Sud, una direzione strategica volta ad analizzare la minacce e rafforzare la comprensione dell’intricato quadro meridionale. Ma per avere efficacia serve di più, e ciò si intreccia ora all’eventuale riposizionamento Usa nel Vecchio continente. Il ritiro parziale dalla Germania coinvolgerebbe anche i comandi attualmente stabiliti a Stoccarda. In Belgio potrebbe infatti finire EuCom, lì dove ha sede già Shape, comando supremo dell’Alleanza. Entrambi sono al comando del generale Tod Wolters e un loro avvicinamento a Bruxelles sarebbe l’idea più logica. Più complessa la situazione di AfriCom, il comando Usa competente per l’Africa (ad esclusione dell’Egitto), per cui nel 2008 fu scelta come sede temporanea Stoccarda, poi rimasta invariata. Non è una novità la volontà di ricollocarlo altrove, in un’area più vicina alla zona di competenza. In Africa non sembrano esserci posti sicuri (comunque valutati già dodici anni fa), mentre la Spagna premerebbe per dare ospitalità.

… E AFRICOM

Tra le destinazioni possibili c’è Napoli, dove gli Usa hanno il comando delle Forze navali in Europa e Africa, dove hanno la Sesta flotta e dove l’Alleanza schiera uno dei suoi tre “Joint Force Command”, quello comprensivo dell’Hub per il Sud. Rispetto agli altri eventuali dispiegamenti in Italia (“uno squadrone caccia ed elementi di una fighter wing”, che di solito comprende tre squadroni), quello di AfriCom riguarderebbe meno unità (un migliaio), ma avrebbe senza dubbio un più elevato valore politico. Darebbe ulteriore centralità all’Italia nell’azione Usa e Nato verso il fianco meridionale, tra l’altro in un momento di attenzione crescente per le dinamiche di sicurezza che riguardano l’Africa, lì dove si concentrano anche le grandi novità delle missioni militari italiane per il 2020: Libia, Golfo di Guinea e Sahel. Per spostare eventualmente AfriCom in Italia, non servirà un accordo Edca come quello della Polonia. Occorrerà piuttosto la volontà politica, da impegnare in un collegamento diretto e costante con le autorità Usa. Alla fine, con l’incognita elettorale del prossimo novembre, la riorganizzazione delle forze americane in Europa potrebbe anche non realizzarsi. Eppure, sulla base di quanto annunciato dal Pentagono, sembrano esserci già margini per lavorare.

I COMMENTI

Secondo il piano annunciato dal Pentagono, ha scritto il generale Marco Bertolini, già comandante del Coi, “il nostro Paese dovrebbe vedere un aumento di forze Usa sul proprio territorio al quale non potrà non corrispondere un cambio del nostro ruolo nel gioco militare della super-potenza nel Mare Nostrum, fino ad ora abbandonato alle iniziative turche e francesi, per limitarci ai Paesi della nostra Alleanza”. Prospettiva condivisa dall’ambasciatore Stefano Stefanini, già rappresentante d’Italia all’Alleanza Atlantica: “Un rafforzamento della presenza militare americana (e dunque della Nato) sul fronte del Mediterraneo risponde a un’esigenza che abbiamo sempre rappresentato e che dovrebbe venire incontro alla nostra priorità: un’Alleanza impegnata su tutti i fronti, con il bonus aggiuntivo di non accrescere le tensioni con Mosca, altra dinamica che l’Italia vuole evitare”.

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