Mentre la battaglia per le presidenziali di Usa 2020 entra nel vivo, il Us Postal Service (Usps) è diventato il nuovo terreno di scontro tra democratici e repubblicani. Valeria Robecco, da New York, spiega perché

New York – Mai le poste americane avevano diviso in maniera così profonda il Paese, dal punto di vista politico e anche sociale. Mentre la battaglia per le presidenziali di Usa 2020 entra nel vivo con le convention, dove verranno ufficializzate le nomination di Donald Trump e Joe Biden, il Us Postal Service (Usps) è diventato il nuovo terreno di scontro tra democratici e repubblicani.

Con il timore dei contagi per il coronavirus, il voto di persona sembra una possibilità sempre più lontana in diversi stati Usa, ma anche quello per corrispondenza presenta parecchie incognite. I democratici sono a favore, e non solo per motivi sanitari: storicamente un’affluenza maggiore li favorisce, favorendo anche il voto della comunità afroamericana. Il presidente Trump, invece, da settimane ripete che con il voto per posta le elezioni sarebbero “truccate”, oltre al rischio che i risultati non si conoscano “per mesi o anni”, dando vita a una “situazione catastrofica” con la quale gli Stati Uniti “si farebbero ridere alle spalle”. Peraltro anche l’Usps nei giorni scorsi ha avvertito che con milioni di voti spediti via posta le schede elettorali potrebbero non arrivare in tempo per essere conteggiate.

Vista la mole di lavoro attesa e la mancanza di personale legata ad anni di tagli, il servizio postale americano ha recentemente inviato lettere dettagliate a 46 stati – inclusi alcuni di quelli chiave come Michigan, Pennsylvania e Florida – affermando che “alcune scadenze potrebbero essere incompatibili con i servizi di consegna”. “Usps chiede ai funzionari e agli elettori di considerare realisticamente come funziona la posta”, ha detto in una dichiarazione la portavoce Martha Johnson. Avvertimenti a cui alcuni stati hanno risposto spostando le scadenze o decidendo di ritardare la conta dei voti: in Pennsylvania, i funzionari elettorali hanno domandato alla Corte Suprema dello stato di contare le schede consegnate tre giorni dopo le elezioni del 3 novembre.

Altrove, però, le scadenze non possono essere modificate, e sono già state promosse oltre 60 cause legali in almeno una ventina di stati per i meccanismi del voto per corrispondenza. Da anni le poste sono nel mirino di Trump, il quale nel 2017, poco dopo l’insediamento, le ha descritte come l’esempio di una ingombrante burocrazia. A cavalcare le sue critiche è ora Louis DeJoy, nominato in giugno direttore dell’Usps dal Comandante in Capo. Sotto la sua guida sono state smantellate le apparecchiature per lo smistamento della posta, ridotti gli straordinari dei dipendenti e rimosse le tradizionali cassette delle lettere blu. Iniziative motivate dalla “disastrosa condizione” delle finanze del Us Postal Service, ha spiegato più volte DeJoy.

Trump, da parte sua, ha ribadito la sua opposizione allo stanziamento di nuovi fondi: “Vogliono 3 miliardi e mezzo di dollari per qualcosa che si rivelerà essere fraudolento”, ha detto il tycoon in un’intervista. Mentre la speaker dem della Camera Nancy Pelosi ha richiamato i deputati a Washington in anticipo (il rientro dalle vacanze era previsto a settembre) per cercare di impedire cambiamenti al servizio postale che l’Asinello teme potrebbero rendere più complicato il voto per corrispondenza. Sulla vicenda è intervenuto pure l’ex presidente Barack Obama, puntando il dito contro l’attuale amministrazione Usa, “più preoccupata a sopprimere il voto che a sopprimere il virus”. E i dem hanno già chiesto le dimissioni di DeJoy, chiamato a testimoniare in Congresso entro la fine del mese.

La guerra in corso, comunque, lascia per ora nel limbo 180 milioni di americani che, a vario titolo, hanno i requisiti per richiedere il voto per corrispondenza. Trump e la first lady Melania, invece, hanno già ricevuto le schede elettorali in Florida, dove hanno la residenza.

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