Oggi è indispensabile superare la logica di Dublino, creando tra i paesi europei un sistema coeso e solidale che si avvalga finalmente di un’Agenzia Europea per l’Immigrazione pienamente operativa. In tutto questo non c’è ovviamente spazio per il fantomatico e irrealizzabile blocco navale tanto reclamizzato dai sovranisti. L'analisi di Andrea Molle, docente di Scienza politica a Chapman University (California)

Periodicamente, nella top ten delle esagerazioni sovraniste, si riaffaccia l’idea di Blocco Navale. Lo scopo del blocco navale, almeno nelle fantasie di chi lo propone, sarebbe quello di fermare gli sbarchi di immigrati clandestini, riportare i migranti che non hanno diritto all’accoglienza nei porti di partenza e sequestrare le loro imbarcazioni. Per come viene presentato sembra una buona soluzione, ma siamo sicuri che i sovranisti sappiano spiegare cosa sia realmente un blocco navale, come funzioni e quali siano i suoi obiettivi e limiti operativi?

Cerchiamo di fare chiarezza: il blocco navale è tecnicamente un’azione militare finalizzata a impedire l’accesso e l’uscita di navi militari e mercantili dai porti di un Paese. Esso, pertanto, non serve ad intercettare micro-natanti come i barchini e gommoni che, tra l’altro, sfuggono ai radar di bordo. Il blocco navale è dunque tanto inutile allo scopo dichiarato dai sovranisti quanto difficilmente realizzabile.

Il blocco navale è poi regolato dal diritto internazionale, e in particolare dall’articolo 42 dello statuto delle Nazioni Unite. Esso non può essere attivato unilateralmente se non nei casi previsti di legittima difesa, aggressione o guerra. Il blocco navale, allo scopo di contrastare l’immigrazione, sarebbe dunque palesemente illegale.

Basterebbe quanto detto a confutare la propaganda sovranista. Tuttavia, visto che il benaltrismo è duro a morire, sentiamo già sollevarsi il grido: “Ma allora il governo Prodi? Il blocco navale lo aveva fatto nel silenzio di tutti.” Certo, è vero che durante la crisi del 1997 il governo Prodi, di concerto con le autorità albanesi, avviò l’Operazione Bandiere Bianche. Quello che invece non è vero è che l’iniziativa fu accolta dal silenzio delle organizzazioni internazionali.

Il governo Prodi fu infatti aspramente criticato dalle Nazioni Unite per aver attuato quello che de facto fu un blocco navale illegale, sebbene si trattasse più propriamente di un’operazione di interdizione marittima (Mio), che si concluse con il tragico affondamento della nave Katër i Radës e la perdita di decine di vite umane. Va anche aggiunto che la responsabilità penale della tragedia del canale di Otranto ricadde interamente sul Comandante di Nave Sibilla, che dovette affrontare quasi 10 anni di processi, ovviamente a sue spese, culminati in una condanna penale definitiva.

Difficile immaginare che la Marina Militare sia disponibile ad attuare un blocco, o una Mio, senza un’adeguata copertura legale che sarebbe comunque incostituzionale. Anche a causa di questo precedente il blocco navale è oggi politicamente inaccettabile. Se questo non bastasse, in caso di un malaugurato incidente, ciascuno degli stati di provenienza delle potenziali vittime (Nigeria, Eritrea, Somalia, Siria, etc.) avrebbe il diritto, e francamente il dovere, di denunciare l’Italia alle autorità internazionali.

Di fronte a qualunque tribunale internazionale nulla varrebbe un ipotetico accordo bilaterale stipulato unicamente con la Libia o la Tunisia. È perciò rischioso in quanto porterebbe a conflitti diplomatici con i paesi africani, le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili e potenzialmente fatali per la nostra politica estera nel continente. Infine, dettaglio tralasciato dai sovranisti, attivare un blocco navare non cambierebbe l’attuale situazione dato che tutti gli individui fermati verrebbero comunque portati in Italia. Le procedure operative prevedono infatti di sbarcare i passeggeri nel paese che ha effettuato il fermo e dove, esattamente come accade adesso, sarebbero liberi di presentare domanda di asilo.

Riassumendo, il blocco navale è operativamente irrealizzabile, inadatto allo scopo, inutile, illegale, politicamente inopportuno, mancandone sia le ragioni che le condizioni di fattibilità, e non verrebbe accolto con favore dalla nostra Marina Militare, fermo restando che quando la partita si gioca in mare, senza una strategia per regolare i flussi nei paesi di partenza, essa è già persa in partenza. Va anche sottolineato che lo strumento adatto a sequestrare i micro-natanti, operando salvataggi in mare, redistribuzioni e rimpatri, nella piena legalità e con il supporto delle autorità internazionali e dei partner europei e nordafricani, lo avevamo già.

Questo strumento, con tutti i suoi ovvi limiti e difetti, si chiamava Operazione Sophia, ha portato all’arresto di quasi 200 scafisti e il sabotaggio di circa 500 natanti, e l’Italia ne aveva la leadership. Grazie a Sophia si è raccolto l’intelligence necessario per comprendere, e infine contrastare diplomaticamente, le operazioni dei cosiddetti scafisti, ovvero la fornitura di fuoribordo e gommoni prodotti in serie e a basso costo.

Oggi Sophia non esiste più; è stata abbandonata, vittima della retorica elettorale dei “taxi del mare”, lasciando un vuoto che ha indebolito l’Italia, nonostante siano ancora attive le missioni che fanno capo all’Agenzia Europea Frontex, che sono tuttavia molto più limitate. La guerra di propaganda alle Ong, fatta a colpi di decreti mal scritti, ha peggiorato ulteriormente la situazione. Gli analisti da sempre sostengono che la correlazione tra le attività in mare delle ONG e le partenze sia di fatto completamente inesistente. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, al calo di imbarcazioni di soccorso corrisponde un aumento del numero dei migranti in mare e del ricorso a imbarcazioni di fortuna. Quale soluzione allora per regolare gli arrivi?

Purtroppo non esiste una soluzione semplice al problema. Prima di tutto bisogna smettere di parlare semplicemente di arrivi, e cominciare a considerare i flussi migratori in tutta la loro complessità. Si deve rivedere completamente la nostra politica estera, rendendola più forte, intervenendo sia per regolare i movimenti di persone che attivando percorsi di immigrazione regolare e strutture per i rifugiati nei paesi di partenza. Si tratta di una componente essenziale delle politiche migratorie che manca da molti anni. Quanto alla gestione degli arrivi veri e propri, è necessario rivedere l’esperienza di Sophia, ampliare lo scopo delle attuali missioni Frontex, e creare uno strumento militare europeo che sia in grado di respingere i non aventi diritto garantendone l’incolumità. Infine, è indispensabile superare la logica di Dublino, creando tra i paesi europei un sistema coeso e solidale che si avvalga finalmente di un’Agenzia Europea per l’Immigrazione pienamente operativa. In tutto questo non c’è ovviamente spazio per il fantomatico e irrealizzabile blocco navale tanto reclamizzato dai sovranisti.

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