Lukashenko si insedia a presidente, a porte chiuse. Giovanni Savino, senior lecturer presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa dell’economia pubblica e del servizio pubblico a Mosca, svela il retroscena del blitz e gli umori all'ombra del Cremlino

Questa mattina le agenzie di stampa russe riportavano la notizia di strani movimenti attorno al Palazzo dell’indipendenza a Minsk, sede della presidenza bielorussa. Le forze dell’ordine e le truppe sorvegliavano la piazza attorno all’edificio, l’area circostante è stata chiusa, nonostante non fossero previste manifestazioni di protesta, e poi in un giorno infrasettimanale. Verso il palazzo presidenziale si son dirette le principali cariche bielorusse, circostanza prontamente non confermata – come nel caso della presidente del comitato centrale elettorale Lidia Ermoshina, di cui è stata confermata l’assenza dal proprio ufficio a RIA Novosti, ma non è stato detto dove si era recata.

Nella massima segretezza si è quindi tenuta la cerimonia di insediamento di Aleksandr Lukashenko alla presidenza della Bielorussia, per il sesto mandato consecutivo, alla presenza di centinaia di esponenti del governo, del parlamento, dei media e del mondo della cultura e dello sport. Blitz ben riuscito per il presidente, dal 9 agosto al centro delle contestazioni che agitano il paese, ma se l’insediamento c’è stato, la necessità di tenerlo nascosto fino all’ultimo e l’assenza di inviati stranieri (tra cui dell’alleato russo) riflettono una certa difficoltà a reggere l’impatto della piazza.

Una spia della situazione nel Paese? Quando nel maggio 2012 Vladimir Putin si insediò alla presidenza, dopo il mandato di Medvedev, l’inaugurazione non venne tenuta di nascosto, ma si svolse il 7 maggio, il giorno successivo alla grande manifestazione di protesta della piazza Bolotnaya, repressa duramente dalla polizia russa.

In quell’occasione Putin dimostrò di non temere contestazioni e di essere pronto a rispondere con forza contro di esse. Lukashenko, nonostante i proclami e la ormai celebre immagine che lo ritraeva con il kalashnikov (senza caricatore) in pugno, ha scelto una modalità ben più prudente, ma un po’ stridente con l’idea del combattente in prima linea, pronto a resistere fino all’ultimo colpo. Il Cremlino, per bocca del portavoce di Putin Dmitry Peskov, non ha commentato la notizia dell’inaugurazione, e ha dichiarato che al momento non sono previste visite del presidente a Minsk.

Nel frattempo, sono nel pieno dello svolgimento le esercitazioni militari congiunte russo-bielorusse. “Slavjanskoe bratstvo”, Fratellanza slava, il nome dell’operazione, vede sul territorio bielorusso la presenza di circa 900 militari russi, tra cui le brigate aviotrasportate dislocate a Pskov, Ivanovo e Tula, note per essere l’élite dei parà di Mosca. Il Ministero della difesa russa ha dichiarato che i militari rientreranno alla base dopo le esercitazioni, ma anche questo è un segnale di sostegno all’attuale corso di Minsk.

Il rebus in realtà continua, come proseguono le dichiarazioni di Svetlana Tikhanovskaya verso Mosca. In una intervista alla testata RBK, l’ex candidata alle presidenziali ha dichiarato di voler proseguire nell’apertura di un dialogo con le autorità russe, perché Bielorussia e Russia sono paesi fratelli, e ha espresso il proprio rammarico per la scelta di Putin, definito come un “governante saggio”. Difficile pronosticare un nuovo giro di valzer, ma il persistere delle proteste e l’instabilità della situazione bielorussa lasciano spazio a soluzioni di ogni genere nel breve-medio periodo.

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