Missione senza equipaggio nel 2021; con equipaggio, ma senza lasciare la capsula Orion, nel 2023; in superficie, con la prima donna, nel 2024. È la tabella di marcia per Artemis, svelata ieri della Nasa con i dettagli su Gateway e futura base permanente sulla Luna. Resta l'incognita del voto di novembre, per un programma che ha la chiara impronta di Trump

“Siamo sulla strada giusta per tornare sulla Luna entro il 2024”. Parola di Jim Bridenstine, numero uno della Nasa, che ieri ha presentato l’Artemis Plan, una dettagliata tabella di marcia per l’esplorazione della Luna, comprensiva del ritorno in superficie in quattro anni e della creazione di una base permanente sul polo sud del nostro satellite da cui, in futuro, partire verso Marte. Il programma ha il pieno sostegno del presidente Donald Trump, da cui è arrivata la spinta ad accelerare il progetto, e che ha affidato il dossier al suo numero due, il vice presidente Mike Pence, messo alla guida del re-istituito National Space Council. “L’Artemis Plan – ha detto Pence – mostra che siamo sulla strada giusta verso l’obiettivo di ristabilire la leadership americana nello Spazio”. Un sostegno che alimenta l’incognita per #Usa2020: cosa succederà ad Artemis in caso di vittoria di Joe Biden?

TEST FINALI?

L’attenzione maggiore al momento è per il lanciatore Space Launch System (Sls) e la navicella Orion, che dovrà trasportare gli astronauti, al debutto congiunto senza equipaggio il prossimo anno per Artemis I. Vettore e capsula dovranno effettuare un orbita intorno alla Luna (a bordo anche ArgoMoon, il piccolo satellite della torinese Argotec che verificherà l’andamento della missione), testando tutti i sistemi necessari ai successivi impegni con equipaggio. La navicella Orion è stata completata, mentre lo stadio centrale e i quattro motori dello Sls sono impegnati negli ultimi test fino a ottobre. Un volta compiuto anche il più delicato collaudo “hot-fire”, si dirigerà verso la Florida, al Kennedy Space Center, per l’integrazione con la capsula Orion.

TRE MISSIONI

Se i tempi verranno rispettati e le capacità del duo si dimostreranno idonee, Artemis II partirà nel 2023 con equipaggio a bordo, ma senza scendere sulla Luna. Resta possibile per questo impegno la realizzazione di “operazioni di prossimità”, con il pilotaggio manuale della Orion in manovre di avvicinamento e allontanamento dal vettore (in particolare, dallo stadio a propulsione criogenica). Serviranno per testare i vari sistemi della capsula, la manovrabilità e l’agilità nel “docking/undocking” che saranno fondamentali per Artemis III. In programma nel 2024, è questa la missione che riporterà l’uomo sulla Luna, nonché la prima donna. Nel frattempo, la Nasa avrà realizzato diverse missioni di esplorazione robotica della Luna. “Servizi di consegna commerciali” serviranno a spedire sul satellite “dozzine di nuove indagini scientifiche e dimostrazioni tecnologiche, due volte l’anno iniziando nel 2021”.

IL RITORNO SULLA LUNA

Saranno utili per gli astronauti che nel 2024 scenderanno in superficie, e precisamente nell’area del polo sud lunare, considerata la più adatta alla successiva realizzazione di una base permanente. Dopo la partenza con lo Sls e il viaggio sulla Orion potrebbero succedere due cose. Gli astronauti potrebbero salire direttamente a bordo di un modulo di discesa (il programma prosegue in parallelo), oppure potrebbero prima passare per il Lunar Gateway, la base orbitante intorno alla Luna, così da “ispezionarlo e raccogliere risorse prima di salire a bordo del sistema di discesa”. Tutto dipenderà dal grado di sviluppo del Gateway stesso, la cui realizzazione procede in parallelo al target del ritorno entro il 2024. D’altra parte, l’obiettivo (stringente) è stato posto al più alto livello politico, determinando l’esigenza di procedere in ogni caso per rimettere piede (americano) sul satellite naturale entro quattro anni.

E IL GATEWAY?

“I lavori sul Gateway stanno procedendo con rapidità”, assicura comunque la Nasa. L’agenzia integrerà su un unico lanciatore i primi due elementi per partire nel 2023. Si tratta del “power and propulsion element” (Ppe) e del “habitation and logistics outpost” (Halo), il cuore della stazione: propulsione, potenza, logistica e supporto. Già questi permetteranno al Gateway di operare in autonomia, conducendo esperimenti scientifici senza astronauti a bordo. In futuro si aggregheranno altri moduli, compreso l’abitabile l’I-Hab, fornito dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e guidato nello sviluppo da Thales Alenia Space. Sempre il Vecchio continente (e sempre con la guida italiana) fornirà il modulo di rifornimento Esprit. Il Canada si è impegnato a fornire robotica avanzata, mentre il Giappone contribuirà con rifornimenti logistici e componenti abitativi. Più difficile che prosegua la cooperazione con l’agenzia russa Roscosmos sperimentata per l’Iss in orbita terrestre. Washington ha già attribuito al programma una valenza anche geopolitica, aprendo le porte a “alleati e partner” e spiegando le nuove ambizioni spaziali con l’intenzione di “ri-affermanre il dominio degli Stati Uniti oltre l’atmosfera”.

UNA BASE IN SUPERFICIE

Anche solo per Ppe e Halo i tempi però sono incerti, e per questo la Nasa scrive nel suo piano di non avere compiuto alcuna “decisione finale” sull’utilizzo del Gateway per gli astronauti delle missioni Artemis III, IV, “e oltre”. L’alternativa è che i moduli di discesa partano direttamente dalla Orion, dove due membri dell’equipaggio resterebbero a monitorare la discesa degli altri due verso la superficie. Le prime missioni serviranno a raccogliere campioni e condurre esperimenti scientifici. Gli astronauti scenderanno in superficie, risaliranno in orbita (su Orion o Gateway) e poi torneranno sulla Terra. L’ambizione è però mantenere una presenza stabile e soprattutto “sostenibile”. Per questo, “una costruzione progressiva di infrastrutture sulla superficie seguirà più avanti in questo decennio, permettendo spedizioni più lunghe con equipaggio più numeroso”. L’obiettivo è l’Artemis Base Camp, che includerà nuovi rover, sistemi di generazione di energia, moduli abitati e tutto ciò che occorre per supportare la vista sulla Luna, comprese tecnologie capaci di estrarre acqua e materiali. Una volta che la base sarà operativa, gli astronauti potranno muoversi verso “regioni più remote della Luna”. In prospettiva, si tratta di “dare impulso ai primi passi umani verso Marte”, ha spiegato Bridenstine.

VERSO #USA2020

Per rispettare l’intera tabella di marcia, notava il capo della Nasa gennaio, non sono ammessi errori. In più, servono finanziamenti cospicui e stabili nel tempo. Per il prossimo anno, l’amministrazione ha chiesto al Congresso il budget più alto del terzo millennio per l’agenzia spaziale: 25,2 miliardi di dollari. Per confermarli negli anni serve supporto politico. Inevitabile dunque pensare al voto del prossimo novembre e all’ipotesi di vittoria di Joe Biden. Un indizio importante è arrivato nella “2020 Democratic Party Platform”, approvata dalla convention democratica dello scorso agosto, in cui si cita “il sostegno alla Nasa” e alla tabella di marcia impressa da Trump: “il ritorno sulla Luna, e poi l’approdo su Marte”. Vista l’eco internazionale del programma e il supporto bipartisan che ha già ricevuto negli States, difficilmente si potrà assistere a un ribaltamento delle priorità esplorative. Certo, non è da escludere l’ipotesi di ritardi e posticipazioni. Per evitarli, la Nasa ha chiamato a raccolta l’intero comparto industriale cercando di accelerare l’assegnazione dei contratti.

GLI ARTEMIS ACCORDS

La commercializzazione delle attività spaziali non è una novità dell’amministrazione Trump, che comunque l’ha alimentata anche in vista del programma lunare. Lo dimostrano i discussi “Artemis Accords”, intese bilaterali rivolte alle agenzie spaziali che collaboreranno al progetto americano, con l’obiettivo di stabilire “un insieme comune di princìpi per governare l’esplorazione civile e l’uso dello Spazio esterno”. Invitano a condividere le ricerche scientifiche, affermano il principio di trasparenza tra partner, di interoperabilità tra i sistemi e di assistenza in caso di emergenza. Insistono anche sul contrasto alla space debris e (in più parti) sull’aspetto esclusivamente pacifico della attività.

LO SVILUPPO COMMERCIALE

La parte più discussa è intitolata Space resources, in cui si spiega che “la capacità di estrarre e utilizzare risorse su Luna, Marte e asteroidi sarà fondamentale per supportare l’esplorazione e lo sviluppo sicuro e sostenibile dello Spazio”. Si punta cioè a sfruttare commercialmente le risorse extra-atmosferiche, in rotta con il Moon Treaty, siglato nel 1979 e ratificato da soli 18 Paesi (non gli Usa), che definisce la Luna come “patrimonio comune del genere umano”, formula che impedisce la possibilità di rivendicare la proprietà sulle sue risorse. La linea del Moon Treaty appare di fatto datata, dal momento che non solo gli Usa immaginano la possibilità di sfruttare i materiali lunari per intraprendere ulteriori viaggi o alimentare l’economia terrestre. Possibilità che serve soprattutto per convincere gli attori privati a partecipare al rischio dell’impresa spaziale.

IL PIANO ITALIANO

In tutto questo c’è anche l’Italia, desiderosa di essere protagonista della “nuova era dell’esplorazione spaziale”. Potendo contare su eccellenze industriali e scientifiche, la Penisola non vuole perdere il treno di Artemis. Il piano prevede di sfruttare i due canali principali della diplomazia spaziale italiana: la partecipazione in Esa, e il rapporto bilaterale con la Nasa. Lato europeo, come detto, l’Italia ha già conquistato la guida di importanti programmi. Lato americano, il governo lavora per rafforzare la cooperazione con gli Usa. Un accordo bilaterale potrebbe essere firmato “nelle prossime settimane”, ha spiegato il sottosegretario Riccardo Fraccaro, che ha la delega per il settore, nel corso del recente evento web organizzato da Formiche e Airpress. L’ambizione è chiara: “Vogliamo essere il primo Paese europeo ad arrivare sulla Luna”.

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