La crisi bielorussa sta assumendo sempre più aspetti inediti, tra arresti, boutade e svolte repentine in politica estera. L'analisi di Giovanni Savino, senior lecturer presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa dell’economia pubblica e del servizio pubblico a Mosca

Le evoluzioni della crisi bielorussa assumono sempre più aspetti inediti, tra arresti, boutade e svolte repentine in politica estera. Negli ultimi giorni, a tenere campo son state le intercettazioni fornite dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko di una conversazione che si sarebbe tenuta tra Berlino e Varsavia sul caso Navalny. Le registrazioni tra Mike da Varsavia e Nick da Berlino, i due rappresentanti intercettati dei governi europei, rappresentano un tentativo molto grossolano di costruire delle prove in favore della narrazione promossa sul complotto straniero per rovesciare l’attuale presidente bielorusso.

In verità va sottolineato come esse lascino molto da pensare, e forniscano a loro modo una testimonianza preziosa di quel che è la visione della crisi da parte di Lukashenko e delle forze di sicurezza bielorusse, di quale interpretazione hanno di sé e delle loro azioni. Ad avere concentrato l’attenzione della stampa (e dei meme) è stata la valutazione di Mike e Nick del presidente bielorusso come “un osso duro”, e delle azioni delle forze dell’ordine e dell’esercito come “organizzate e professionali”, ma non vi è solo la vanagloria di Lukashenko ad essere toccata nella conversazione.

Alla smentita dell’avvelenamento di Navalny, a detta dei due notizia falsa per essere usata nella “guerra” contro la Russia, si accompagna una valutazione non proprio lusinghiera di Mosca, descritta come sommersa dalle difficoltà, e il piano sarebbe di affondarla ulteriormente per togliere la voglia a Putin di “ficcare il naso” negli affari bielorussi. (trascrizione e doppiaggio in russo sono qui).

Le autorità russe nelle ultime settimane hanno cominciato a riposizionarsi, come avevamo già descritto poco tempo fa, nei confronti di quanto avviene a Minsk. Gli annunci della costituzione di una task force pronta a intervenire in caso di interferenze straniere, il viaggio del primo ministro Mishustin nella capitale bielorussa, le rassicurazioni di Putin sulla legittimità delle elezioni sembrerebbero deporre a favore di un sostegno totale a Lukashenko da parte del Cremlino.

Ma in realtà il rebus continua. Come ha osservato il politologo Artyom Shraibman nel suo canale Telegram, Minsk si è completamente inserita nel mondo della post-verità, dove a una campagna elettorale in cui si denunciavano ai paesi europei i complessi schemi d’interferenza russa, il sostegno di Mosca a Babariko, Tsepkalo e Tikhanovskaya, e culminati con l’arresto dei 33 contractors, è seguita una narrazione speculare e opposta rivolta questa volta a ottenere l’ascolto e l’appoggio del Cremlino contro le proteste, accusate di essere eterodirette e manipolate dall’Occidente.

Questa svolta repentina da parte del potere bielorusso non ha però le caratteristiche di un astuto e articolato piano machiavellico per continuare a giocare su due tavoli e mantenere una propria capacità di manovra, invece assomiglia a un trucco per guadagnare tempo. Minsk chiede a Mosca di rifinanziare il debito pregresso e consistenti sconti su gas e petrolio, ma non è chiaro quanto sia disposta a concedere.

Il conto da parte russa potrebbe essere molto salato, e già si son avute alcune prime avvisaglie: la richiesta di reindirizzare il traffico commerciale bielorusso dai porti delle repubbliche baltiche su Pietroburgo e Kaliningrad, una maggiore integrazione fiscale ed economica nell’ambito dell’Unione di stati, a cui potrebbero aggiungersi l’acquisizione di una parte considerevole delle infrastrutture e delle aziende statali e parastatali bielorusse da soggetti privati e statali russi a condizione di favore, e la dislocazione di basi militari nel paese. Inoltre, visto che con l’Occidente i rapporti sono deteriorati, perché non richiedere a Minsk di riconoscere l’annessione della Crimea, riparando ai ripetuti rifiuti avanzati dal 2014?

Resta da capire quanto possa convenire a Mosca però fornire crediti e prestiti a lunga scadenza, e come possa investire in Bielorussia, trovandosi in casa in una situazione particolarmente complessa a livello economico. Vi è l’incognita di quanto Lukashenko possa essere affidabile per il Cremlino, e quanto sia disposto a concedere in termini di influenza: già negli scorsi mesi al rifiuto di sottoscrivere road map sull’integrazione nella cornice dell’Unione di stati, il presidente bielorusso ha accompagnato considerazioni poco amichevoli nei confronti del governo russo, e ha approfondito il proprio corso ostile alla Russia.

A Mosca negli ambienti finanziari ed economici molte voci esprimono perplessità riguardo alla lungimiranza di un sostegno totale a Lukashenko, perché temono l’ennesima giravolta, e a chi fa notare che non sarebbe una mossa logica, queste voci rispondono indicando nella conversazione tra Mike e Nick un elemento importante per dubitare della solidità e della lucidità delle azioni del presidente bielorusso. Il rebus è ancora lontano dalla soluzione.

Condividi tramite