Tra le questioni insolute della dissoluzione dell'Urss, il conflitto in Nagorno Karabakh affonda le radici nella contesa secolare tra gli imperi zarista, persiano e ottomano. In tempi più recenti, le risorse energetiche nel Mar Caspio hanno aumentato gli interessi in gioco di Turchia, Russia e Occidente. Oggi, con droni ed elicotteri, la modernizzazione militare sul fronte rende l'escalation ancora più distruttiva

“Congelato”, ovvero primo accordo di pace tra le parti o della stipula formale di armistizio. È così che viene definito il conflitto in Nagorno Karabakh, una delle questioni insolute della dissoluzione dell’Unione sovietica, in cui agli interessi regionali si sommano quelli internazionali. Eppure, l’aggettivo “congelato” rischia di nascondere gli scontri successivi al 1994, nonché i molteplici casi in cui le parti sono state davvero vicine a riprendere il conflitto, come in questi giorni, in cui la militarizzazione apportata alla linea di confine sta creando il peggiore scontro di sempre.

NOMEN OMEN

Già l’espressione Nagorno Karabakh descrive l’intreccio degli interessi che da secoli riguardano questo territorio. Etimologicamente, il termine nagorno ha origine russa ed è traducibile con “montagna”. Karabakh è invece una parola di origine turca, che significa “giardino nero”. Anche per questo, le autorità di Stepanakert (capitale dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh) prediligono il termine Artsakh, nome della provincia dell’antico regno di Armenia (II secolo a.C. – IV d.C.). L’utilizzo dei termini non è da sottovalutare, essendo la lingua legata ad aspetti etnico-culturali che vengono costantemente risvegliati nella disputa (da entrambe le parti) proprio nel tentativo di acquisire legittimità in virtù di un passato mitico e glorioso. L’Azerbaijan, da parte sua, tende a chiamare la capitale della regione con il nome azero Khankendi, evitando inoltre di utilizzare l’acronimo Nkr che include in sé il termine Repubblica, attestazione di indipendenza. A parte la linguistica, pur ormai considerato uno stato de facto indipendente, il Nagorno Karabakh resta formalmente una regione dell’Azerbaijan, totalmente all’interno del suo territorio. Nonostante la mancanza del riconoscimento internazionale (che non è mai arrivato neanche da Yerevan), conserva istituzioni che sono effettivamente in grado di esercitare la sovranità sul territorio.

UNA REGIONE STRATEGICA

Totalmente inglobato nell’Azerbaijan, mantiene inoltre un diretto collegamento con l’Armenia grazie ai territori azeri occupati che circondano la regione su tutti i lati ad eccezione del confine orientale. Il Nagorno Karabakh è al cuore della Transcaucasia (o Caucaso meridionale), ponte tra Mar Caspio e Mar Nero, crocevia tra Asia Centrale, Europa, Medio Oriente e Russia. Data la sua rilevanza strategica, la regione è stata da sempre oggetto delle mire delle grandi potenze che hanno circondato questo delicato incrocio geopolitico. Negli ultimi secoli, è stata contesa da impero zarista, impero ottomano, e Persia, mentre oggi lo è dalle loro più moderne evoluzioni: Turchia, Russia e Iran, con la più recente aggiunta degli interessi europei e statunitensi. Durante il 1800, le guerre russo-persiane prima, e russo-ottomane dopo, hanno visto l’impero zarista affermare con vigore il predominio sull’intera regione.

TRA DUE IMPERI IN DECADENZA

Il Khanato del Karabakh istituito dai persiani a metà del 1700 fu definitivamente abolito dai russi nel 1822, e inglobato all’interno dell’impero come provincia. Da allora, molti armeni iniziarono a spostarsi dall’Anatolia orientale alla Transcaucasia, andando a stabilirsi nelle zone abitate dagli azeri, con la benedizione dell’impero russo desideroso di limitare il predominio azero e filo-ottomano sulla regione. Gli spostamenti degli armeni furono ancora più massicci negli anni immediatamente precedenti alla Prima guerra mondiale, alimentati dalle violenze perpetuate dal decadente impero ottomano, alla ricerca della purezza nazionale anelata dai Giovani turchi di Mustafa Kemal. La rivoluzione bolscevica allentò notevolmente la capacità di controllo russo sulla regione, permettendo ad Armenia, Georgia e Azerbaijan di proclamare la propria indipendenza (1918). L’assenza della grande potenza fece emergere violenti scontri tra le popolazioni, tutte intenzionate ad ampliare i territori di propria competenza.

IL PERIODO SOVIETICO

Nel 1920 la neonata Urss riuscì a riprendere il controllo sul Caucaso meridionale. L’Armata rossa invase la regione e decretò la nascita della Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica. È in questo momento che emerse per la prima volta la questione del Nagorno Karabakh, essendo Yerevan fortemente intenzionata all’annessione della regione, data la maggioranza di popolazione armena che la abitava. Le autorità sovietiche scelsero però di mantenere la regione nell’Azerbaijan, decretando nel 1923 la nascita dell’Oblak Autonomo del Nagorno Karabakh (Nkao), regione appartenente all’Azerbaijan che conservava però un forte grado di autonomia. La Repubblica Transcaucasica si dissolse nel 1936, lasciando spazio alla nascita di tre distinte Repubbliche socialiste sovietiche: Georgia, Armenia e Azerbaijan.

MOVIMENTI E RIVENDICAZIONI

La questione del Nagorno Karabakh riemerse dopo la Seconda guerra mondiale in diverse occasioni, con il governo sovietico sempre pronto a difendere lo status quo. Le pretese armene si fecero più vigorose nella seconda metà degli anni ’80, in concomitanza con la glasnost di Michail Gorbachev e l’apparente indebolimento del controllo russo sulla regione. A febbraio del 1988 il Soviet del Nagorno Karabakh approvò una risoluzione con la quale si chiedeva ai Soviet supremi di Armenia, Azerbaijan e Urss di riconoscere il proprio trasferimento entro la giurisdizione della Repubblica di Armenia. Alla richiesta seguirono espulsioni degli armeni presenti nel territorio azero, e viceversa. Le manifestazioni di protesta aumentarono quanto il Soviet supremo dell’Urss non convalidò l’atto. Al contrario, il Soviet dell’Armena si pronunciò a favore dell’annessione, mentre era ormai nato il Comitato Karabakh, presieduto da Levon Ter-Petrosyan, vero leader del movimento secessionista.

IL CROLLO DELL’URSS

Con l’Unione Sovietica incapace di gestire la situazione, gli scontri aumentarono notevolmente assumendo il carattere di un vero e proprio conflitto. Approfittando della sospensione degli scontri a causa del violento terremoto che colpì nel dicembre del 1988 la zona di Spitak, l’esercito sovietico intervenne, sciogliendo il Comitato Karabakh, dichiarando la legge marziale a Baku e imponendo il diretto controllo di Mosca sulla regione contesa. A novembre 1989, in concomitanza con la caduta del muro di Berlino, il governo russo rinunciò all’amministrazione speciale sul Karabakh, che fece ritorno al diretto controllo di Baku. Il mese successivo, il Soviet supremo armeno promulgò l’atto di annessione del Nkao nel proprio territorio. La reazione azerbaigiana fu violenta, guidata da formazioni paramilitari e dall’esercito regolare.

UN CONFLITTO INTERNAZIONALE

Nonostante Yerevan non abbia mai ammesso il coinvolgimento del proprio esercito regolare ma solo di formazioni volontarie, con l’indipendenza dall’Urss di Armenia e Azerbaijan (1991) il conflitto si trasformò da nazionale a internazionale. Nel 1991, il controllo armeno sul Nagorno Karabakh era praticamente totale, e così il 2 settembre, il Consiglio Nazionale del Karabakh proclamò la nascita della Repubblica del Nagorno Karabakh (Nkr), entro gli stessi confini dell’ormai ex Nkao. Alla conseguente offensiva di Baku rispose la controffensiva armena, che permise la conquista di numerosi territori oltre il confine del Nagorno Karabakh. Come ritorsione alla dichiarazione d’indipendenza, il parlamento di Baku abolì lo status autonomo dell’Oblast, che divenne difatti, solo formalmente, una regione come le altre. Gli scontri proseguirono fino al 1994, dimostrando la forte capacità di penetrazione delle forze armene che, oltre al territorio del Karabakh, occuparono militarmente, tra il 1992 e il 1993, sette distretti azeri circostanti il territorio del Nkr. Considerando i circa 4.400 kmq del territorio dell’ex Nkao e i 7.600 dei territori occupati, circa il 14% del territorio dell’Azerbaijan non era sottoposto al suo controllo, e non lo è tutt’ora.

I NUMERI DEL CONFLITTO

L’occupazione dei sette distretti permette un collegamento diretto tra Stepanakert (in azero Khankendi, capitale del Nagorno Karabakh) e l’Armenia. Nonostante cifre piuttosto discordanti da fonte a fonte, dopo più di sei anni di conflitto, si contavano tra le 22.000 e le 30.000 vittime, e oltre un milione di profughi tra armeni costretti a spostarsi dall’Azerbaijan e azeri costretti a spostarsi dal territorio dell’Armenia, del Nagorno Karabakh e dei sette distretti occupati. I rifugiati rappresentavano più del 10% della popolazione combinata dei due Paesi, che nel 1994 contava circa 11 milioni di persone, di cui 3,3 milioni di armeni e 7,6 di azeri. Se prima del conflitto nel Nkao la popolazione di etnia armena rappresentava il 75%, alla fine del conflitto raggiunse il 95%. Gli scontri si chiusero con la firma dell’accordo sul cessate-il-fuoco che ebbe effetti dal 12 maggio 1994.

IL GRUPPO DI MINSK

L’accordo era stato preceduto dal protocollo di Bishkek (5 maggio 1994) che, sotto l’egida della Comunità degli stati indipendenti (Csi), preveda la cessazione delle ostilità e il rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e delle decisioni prese in ambito Osce. Quest’ultima, impossibilitata a costituire una Conferenza visto il disaccordo tra le parti, aveva optato poco prima per la formazione di un Gruppo, a composizione ristretta (dai 55 membri Osce a 11), composto dai rappresentanti di Stati Uniti, Russia, Francia, Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre a Armenia e Azerbaigian. È in questo momento che emersero due elementi che ancora oggi influenzano notevolmente la situazione regionale: il tentativo russo di farsi mediatore tra le parti, anche superando gli spazi Osce, e il nuovo interesse statunitense, con una serie di proposte tra cui l’invio di forze di peace-keeping internazionali. Anche perché, da qualche anno, erano stati scoperti importanti giacimenti di petrolio e gas naturale in territorio azero, tutt’ora uno dei principali punti di forza di Baku (oltre all’incondizionato supporto turco) nella questione del Nkr.

LE DIFFICOLTÀ DELL’OSCE

Nonostante lo sforzo del Gruppo di Minsk, fu l’interesse russo a prevalere. Il protocollo di Bishkek fu firmato da membri della Csi, e condusse all’accordo sul cessate-il-fuoco firmato dai ministri della difesa di Armenia e Azerbaijan, dal comandante dell’esercito del Nagorno Karabakh e notificato dal ministro della difesa della Federazione Russa, mediatore dell’accordo stesso. Il cessate-il-fuoco fu stipulato a tempo indeterminato, svolgendo difatti fino ad oggi le funzioni di un armistizio, sebbene non garantisca di per sé la negoziazione di un trattato di pace. Nonostante le dichiarate intenzioni di tutti, non si giunse mai a un accordo. I veri tentativi di accordo degli anni successivi (per lo più intorno alla proposta di stabilire alcuni principi legali su cui proseguire la negoziazione) si rivelarono un insuccesso. Nel 1997, il Gruppo di Minsk abbandonò la presidenza a rotazione a favore della copresidenza di Russia, Francia e Stati Uniti, al fine di agevolare più rapidamente la soluzione con l’accordo tra le grandi potenze.

UN PROBLEMA DI STATUS

Ma l’accordo mancava sulla questione centrale tra Baku e Yerevan, cioè lo status del Karabakh. Nel 1997, l’Armenia rifiutò due proposte di negoziazione che prevedevano di procedere step-by-step individuando prima l’intesa sulla cessazione delle ostilità e sui territori occupati e poi sull’indipendenza del Nkr. Poi fu l’Azerbaijan a rifiutare una proposta perché considerata troppo sbilanciata verso le pretese armene. Negli anni successivi, emerse maggiore sospetto tra i membri del Gruppo di Minsk. Il presidente della Federazione russa Boris Yeltsin, in occasione di un incontro, anch’esso senza grandi passi in avanti, organizzato a Mosca con i presidenti di Armenia e Azerbaijan (rispettivamente Ter-Petrossian e Aliyev) denunciò per la prima volta gli interessi statunitensi sulla regione. Il mancato accordo tra gli stessi componenti del Gruppo di Minsk determinò l’emersione di iniziative singole dei suoi Paesi membri, senza però alcun risultato.

PICCHI DI TENSIONE

In questo stallo negoziale si sono alternati negli ultimi anni momenti di tensione, dialettiche conflittuali e periodi di sostanziale tranquillità, oscillazioni da attribuire soprattutto alle questioni interne di Armenia e Azerbaijan. Le difficoltà attuali in entrambi i Paesi (tra crisi economica armena e bassi prezzi energetici per gli azeri) hanno la capacità di inasprire ulteriormente la situazione. In passato, la questione del Nagorno Karabakh è stata spesso utilizzata dalle classi dirigenti di Baku e Yerevan per creare consenso politico in momenti difficili. Eppure, rispetto al passato, eventuali scontri presentano una pericolosità maggiore, determinata soprattutto dalla modernizzazione delle forze militari che entrambi i Paesi hanno apportato negli ultimi anni, rendendo un’eventuale escalation potenzialmente più distruttiva. Le notizie sui droni azeri e sull’artiglieria armena lo confermano.

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