L’Italia è diventata il primo Paese europeo a firmare con gli Stati Uniti un accordo bilaterale sull’esplorazione lunare attraverso il programma Artemis. “Era nell’aria da tempo”, commenta al telefono con Formiche.net Carlo Pelanda, professore di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi di Roma. Si dichiara felice per un accordo “importantissimo seppur iniziale per la nostra industria e per il nostro ruolo geospaziale, che sarà sempre più rilevante nel futuro. Evidentemente c’è qualcuno nel governo italiano che ragiona”, aggiunge confessando di aver temuto fino all’ultimo che l’intesa potesse saltare.

Professore, la firma ha a che fare con la visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo a Roma la prossima settimana?

No, fa parte di una strategia più profonda in cui l’interesse americano è di far sì che l’Italia non venga francesizzata sullo spazio.

E l’interesse italiano?

È di poter mostrare alla Francia di avere opzioni alternative sulla politica spaziale e industriale. E poi Pompeo va in Vaticano.

Sì, ma vede anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Quelle sono visite di cortesia. A Conte e Di Maio è stato già spiegato quello che possono e non possono fare, e loro si sono perfettamente allineati: l’Italia si è riallineata all’asse atlantico, non ancora del tutto ma per le cose più importanti sì. Manca ancora qualche dettaglio ma non è che Pompeo tratta i dettagli: li passa all’Italian desk.

Un riallineamento anche sul 5G?

Ma certo, ormai la Cina è tossica. L’ha capito l’Italia. E pure la Germania. Poi è chiaro, Huawei ha investito miliardi e quindi il governo ha bisogno di trovare una soluzione per evitare impatti sull’occupazione. C’è quindi un tentativo da parte italiana di trovare un qualche compromesso sulla base di quanto aveva cercato di fare inizialmente il Regno Unito.

Ma al premier britannico Boris Johnson è andata male: ha cambiato idea decidendo di escludere Huawei e rimuovere tutte le apparecchiature entro il 2027. Che cosa non ha funzionato nella proposta iniziale agli Stati Uniti?

Donald Trump ha detto no, dandogli in cambio delle cose.

Sta facendo o farà lo stesso con l’Italia?

Sta ancora tentando di fare ciò che ha fatto Johnson all’inizio e sta ricevendo in cambio un po’ di cose a compensazione, come questo accordo con la Nasa. Ma c’è altro: lo schieramento in Italia delle forze statunitensi Nato in uscita dalla Germania o il recente importante contratto a Fincantieri con la Marina statunitense. L’America sa che deve dare qualcosa e lo sta facendo.

Come finirà?

L’Italia chiederà tempo e ribadirà l’interesse a mantenere uno spazio di relazioni con la Cina. Pompeo risponderà invitando il nostro Paese a mantenerle, ma sotto il livello politico e darà tempo, come fatto con i britannici, per aggiustare gli equilibri. Però, tornerà a dire che il 5G è un punto chiave dell’alleanza.

Siamo tornando sulla rotta atlantica?

L’Italia è in fase di de-cinesizzazione nonostante le forti spinte pro Pechino molto incentivate e forti: la probabilità che l’Italia si sia riallineata è al 95 per cento.

Che cosa manca?

Ci sono da risolvere ancora, per esempio, la presenza cinese nella tecnologia e la questione dei porti. Ma c’è l’interesse di Pechino ad andare via viste le difficoltà economiche e bancarie: anche i cinesi sono diventati più selettivi sugli investimenti.

E se noi chiudiamo le porte a Huawei loro potrebbero approfittarne per chiudere i rubinetti.

Viste le recenti mosse sul 5G sono molto preoccupati e il fallimento della recente missione del ministro degli Esteri Wang Yi li ha ancora allarmati di più. Cercando di contrastare l’immagine della Cina tossica e autoritaria stanno facendo errori da dilettanti: per esempio su Taiwan e Hong Kong mettendosi dalla parte dell’imputabilità di essere i neonazisti. Secondo me la dittatura di Xi Jinping traballa, fino al punto che in certi ambienti finanziari ci si comincia a chiedere se in caso di implosione della Cina avremmo i soldi per evitare il contagio globale. Basti pensare che Pechino sta aprendo alle grandi banche americane offrendo loro il risparmio cinese, che è enorme, affinché questi istituti invitino la prossima amministrazione statunitense ad andarci più leggera.

Prima diceva che il cuore del viaggio a Roma di Pompeo è il Vaticano. Come mai?

Il Vaticano vuole fare, con una sua strategia ben precisa, i Patti lateranensi con la Cina e non molla neanche di un millimetro. Penso che la missione di Pompeo sia di capire quale può essere un punto di compromesso con la Santa Sede, importante per avere l’appoggio dei cattolici per la rielezione di Trump.

Ma la Chiesa americana non è schierata con Trump e profondamente anticinese?

(Sbuffa) Sì, ma da come funziona la Chiesa, i messaggi che vengono dati… È meglio che parta da Roma un qualcosina in vista delle elezioni. E Pompeo vuole capire quale può essere il messaggio.

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