Negli articoli dei quotidiani italiani dedicati alla aggressiva proiezione di Pechino sempre più spesso leggiamo frasi come: “E dopo Hong Kong, Taiwan?”. La risposta è no secondo Stefano Pelaggi, che sottolinea come le semplificazioni, in questo caso, non aiutino...

La visita del presidente del Senato ceco a Taipei è stata l’ennesima occasione per la stampa italiana di usare riferimenti a Taiwan come “isola ribelle” e “spina nel fianco di Pechino”. Milos Vystrcil, alla guida di una delegazione di circa 90 politici e dirigenti d’azienda della Repubblica Ceca a Taiwan, ha fatto una citazione della famosa frase usata dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy a Berlino nel 1963. Le parole di Vystrcil sono state chiare e dirette: “Consentitemi di utilizzare lo stesso metodo per esprimere sostegno al popolo di Taiwan. Permettetemi di essere così umile ma anche risoluto nel dire al Parlamento del vostro paese che io sono taiwanese”. La stampa italiana ha evidenziato, in ogni articolo, la minaccia di Pechino di far pagare a Vystrcil un “prezzo pesante per la sua visita”.  Visto che una parte dell’opinione pubblica italiana descrive il futuro di Taiwan esclusivamente sulla base delle ambizioni di Pechino è bene sottolineare alcuni elementi delle relazioni sino-taiwanesi. Elementi ben noti ma che talvolta sfuggono di fronte alla necessità di raccontare il presente, di attrarre il lettore o di riassumere complesse relazioni in poche righe.

LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE E LA SOVRANITÀ DI TAIWAN

Gli eventi di Hong Kong hanno sorpreso l’opinione pubblica, la sequenza di avvenimenti nell’ex colonia britannica negli ultimi dodici mesi era semplicemente impensabile fino a qualche anno fa. Le azioni di Pechino sono avvenute all’interno di una cornice normativa ben definita, dal 1997 il territorio di Hong Kong è parte della Repubblica Popolare cinese. Una sovranità che, secondo gli accordi del 1985 tra Londra e Pechino, garantisce ad Hong Kong lo status di Regione amministrativa speciale. Gli stessi accordi prevedevano un percorso decisamente diverso per Hong Kong, ma la sovranità dell’ex colonia britannica non è mai stata messa in discussione. La Repubblica Popolare cinese non ha mai avuto la sovranità su Taiwan, la dinastia Qing ha annesso l’isola di Formosa all’interno dell’impero cinese per duecento anni, dal 1683 al 1895. I Qing a Taiwan sono stati definiti dei colonizzatori riluttanti, non hanno mai avuto né cercato il controllo dell’intera isola mentre agli amministratori dell’Impero era esplicitamente proibito sia di portare la famiglia con loro sia di prendere in moglie una taiwanese. Con il trattato di Shimonoseki nel 1895 la Cina cede l’isola all’Impero giapponese, le reazioni a corte e nel paese non furono drammatiche di fronte alla perdita di un territorio mai realmente percepito come parte integrante del Regno di Mezzo.

L’IDENTITÀ NAZIONALE TAIWANESE E IL DEFINITIVO ALLONTANAMENTO DA PECHINO

Ogni anno la National Chengchi University di Taipei realizza un sondaggio per analizzare la percezione a Taiwan dell’identità nazionale. Nel 2020 il 67% delle persone si identifica come taiwanese, mentre nel 1992 la percentuale era ferma al 17,6% e solo lo 0,7 per cento dichiara di volere l’unificazione con la Repubblica Popolare cinese. La restante parte della popolazione si esprime a favore dell’indipendenza al più presto (7,4 per cento), per il mantenimento dello status quo in attesa di arrivare all’unificazione (5,1 per cento), per il mantenimento dello status quo in attesa di arrivare all’indipendenza (27,7 per cento), per un mantenimento indefinito dello status quo (23,6 per cento), mantenimento dello status quo per decidere in seguito (28,7 per cento) mentre il 6,8 per cento non ha risposto al quesito. La percentuale della popolazione che vuole l’unificazione con le Repubblica Popolare cinese è molto bassa e di anno in anno diminuisce. Si tratta di una fascia anagrafica precisa, dai 65 anni in su con picchi oltre i 75. L’andamento dei sondaggi è seguito attentamente a Pechino, dove i vertici del Partito Comunista cinese sono coscienti dell’impossibilità di riconquistare i cuori e le menti dei taiwanesi. Dopo gli eventi di Hong Kong e il fallimento del “Un Paese, due sistemi”, che era stato originariamente ideato proprio come una soluzione per Taiwan da Deng Xiaoping, la possibilità di un’apertura della popolazione taiwanese nei confronti di Pechino è impensabile.

LE OPZIONI DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

In mancanza di qualsiasi sovranità sull’isola e di una possibilità di apertura politica, sostenuta dalla popolazione o da una parte del Paese, nei confronti di Pechino gli strumenti delle Repubblica Popolare cinese restano l’isolamento diplomatico e la minaccia militare.

L’ISOLAMENTO DIPLOMATICO

I tentativi cinesi di isolare Taiwan vanno avanti da decenni e producono ogni anno problemi e disagi per la vita dei taiwanesi, producendo una tensione sempre maggiore nell’isola nei confronti della Cina. In questi decenni Taiwan ha continuato a emettere moneta, ad avere un proprio esercito, ad amministrare il territorio e difendere i propri confini. I cittadini taiwanesi continuano ad avere un passaporto, di colore verde con la scritta Taiwan, che gli consente di entrare, senza bisogno di un visto, in oltre 150 Paesi. Gli Uffici di Rappresentanza di Taiwan sono tuttora presenti in più di cento capitali nel mondo e svolgono le tipiche funzioni consolari e diplomatiche, dall’emissione di visti ai servizi per i cittadini taiwanesi all’estero. La compagnia di bandiera taiwanese continua a volare in più di 31 Paesi e in 100 aeroporti del mondo possiamo vedere gli aerei taiwanesi che mostrano la bandiera dal paese sulla fiancata. Queste azioni, che descrivono la sovranità taiwanese meglio di qualsiasi formula o policy, sono state talvolta complicate dall’isolamento diplomatico imposto da Pechino ma non sono mai state compromesse dall’azione cinese.

LA MINACCIA MILITARE

Le relazioni tra Taipei e Pechino devono necessariamente includere gli Stati Uniti, il supporto di Washington nei confronti di Taiwan sin dallo scoppio della Guerra di Corea nel 1950 è stato costante. L’impegno statunitense, sia nei momenti di distensione tra Pechino e Washington sia di fronte alle violazioni dei diritti umani del regime di Chiang Kai-shek, non è mai venuto meno. Dall’inizio del processo di democratizzazione nell’isola la necessità di difendere Taiwan appare necessaria, a tutti gli schieramenti della politica statunitense, alla luce dell’inclusione dell’universo valoriale di democrazia e libertà. Gli Stati Uniti hanno chiaramente comunicato, attraverso la National Security Strategy del 2017, che non verrà lasciato spazio a Pechino per imporre la propria politica su Taiwan. Negli scorsi anni l’amministrazione Trump ha più volte ribadito la necessità primaria di difendere Taiwan. I messaggi inviati da Washington sono stati molteplici: l’invio di alti funzionari nell’isola e una nuova legislazione per favorire le visite del personale amministrativo, l’aumento delle vendite di materiale bellico a Taiwan e l’apertura della nuova de facto ambasciata statunitense a Taipei. Si è trattato di temi ampiamente condivisi dai diversi fronti politici, un’eccezione all’interno di una presidenza fortemente polarizzata come quella di Donald Trump. La minaccia militare delle Repubblica Popolare cinese appare improbabile anche alla luce delle capacità belliche taiwanesi, si tratterebbe di un conflitto deflagrante che potrebbe avere conseguenze impreviste per entrambe le parti. La sempre maggiore interdipendenza economica nella regione mostra chiaramente come i costi – politici e materiali – di un eventuale conflitto nello Stretto non siano sostenibili per nessuno degli attori coinvolti.

L’INTERDIPENDENZA SINO-TAIWANESE E L’IMPOSSIBILITÀ DI ESERCITARE L’EGEMONIA

Descrivere i rapporti sino taiwanesi come una relazione tra un egemone e un subalterno può costituire una semplice chiave di lettura ma i valori in campo sono molto diversi. Si tratta di una interdipendenza asimmetrica in cui la piccola entità ha voce nel confronto con l’entità più grande, grazie a una complessa serie di fattori geopolitici, culturali ed economici. Una interdipendenza che è anche strategica, in quanto lo stato egemone non può esercitare il suo potere, ossia la forza, per ragioni legate alle strategie globali. Taiwan non è una “provincia ribelle” – ossia un soggetto che subisce le azioni dell’egemone – ma un attore che ha un suo ruolo indipendente all’interno di un complesso scenario.

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