Stanotte il primo dibattito tra Trump e Biden. Spesso basta un confronto televisivo, a volte anche soltanto una battuta contro l’avversario per conquistare la Casa Bianca. Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University spiega cosa non dire e cosa non fare

Se c’è un unico singolo evento che può convalidare il detto secondo il quale ne uccide più la lingua che la spada non c’è alcun dubbio che si tratti del dibattito televisivo tra i candidati alla Casa Bianca. Non per niente, molto di quanto è rimasto nella memoria collettiva delle campagne elettorali dall’avvento del giornalismo televisivo è spesso una battuta scambiata durante uno di questi dibattiti. A volte, più che le parole, a rimanere indelebilmente impressi nella mente dei telespettatori, sono gli atteggiamenti dell’uno oppure dell’altro candidato. Indimenticabile, sotto questo punto di vista, quel controllare nervosamente l’ora del suo orologio da polso del presidente George H. W. Bush durante il dibattito del 1992 con Bill Clinton e Ross Perot, gesto che contribuì non poco alla sua sconfitta.

Da ultimo, il ruolo svolto dal dibattito televisivo nel processo elettorale ha assunto un’importanza ancora maggiore per via dell’elevato grado di polarizzazione raggiunto dall’odierno elettorato statunitense. Oggi più che mai, per tutti e due contendenti, il dibattito televisivo rappresenta la prima vera occasione per raggiungere l’elettorato del proprio rivale, e l’ultima per fargli cambiare idea. Ne consegue che quella del dibattito televisivo è un’arena nella quale gli errori si pagano a caro prezzo. In genere, i contendenti affrontano l’evento in modo diverso. Per chi, a torto oppure a ragione, si crede in testa, il problema è cosa dire e cosa fare (meglio: cosa non dire e cosa non fare) per non rovinare tutto.

Chi invece è indietro vuole brillare, e affrontando il dibattito in maniera molto più spregiudicata, spesso finisce con lo strafare, come accadde nel 1988 all’allora candidato alla vicepresidenza, il senatore Dan Quayle, quando nel paragonarsi a John Fitzgerald Kennedy fu letteralmente distrutto dal suo oppositore, il senatore Lloyd Bentsen, con le lapidarie parole “Senator, you’re no Jack Kennedy”. Lo stesso errore, quello di esagerare, lo aveva commesso 12 anni prima, nel 1976, un altro candidato alla ricerca di una disperata rimonta, l’allora presidente Gerald Ford, quando si mise a spiegare tra l’incredulità del pubblico e del moderatore che arrivò a chiedergli “I’m sorry, what?” che “There is no Soviet domination of Eastern Europe”. Ford intendeva che sotto una sua amministrazione non avrebbe neppure informalmente riconosciuto il dominio sovietico sui Paesi dell’Europa orientale e che quindi la détente nixoniana sarebbe con lui finita una volta per tutte. Tuttavia, il colpo di scena che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto rilanciarne la candidatura, finì con il comprometterla definitivamente perché Ford apparve negare una realtà della quale era impossibile dubitare. Quanto poi, in queste circostanze, una parola detta momento giusto sia in grado di far deragliare qualsiasi lunga e dettagliata elaborazione politico-strategica, lo sanno bene tanto l’ex presidente Jimmy Carter, quanto l’ex vicepresidente Al Gore. A Ronald Reagan fu sufficiente sussurrare ridacchiando “There you go again” per ridicolizzare gli sforzi del primo, mentre gli altrettanto dotti tentativi del secondo si schiantarono contro un George W. Bush che si limitò a replicare dicendo “The question in this campaign isn’t not what’s your philosophy and what’s your position on issues, but can you get things done? And I believe I can”. E fu sempre una battuta – “Say it ain’t so, Joe” – destinata addirittura a ispirare un’opera da camera a salvare la governatrice Sarah Palin quando, nel 2008, si ritrovò ad affrontare l’allora senatore Joe Biden nella lotta per la vicepresidenza.

D’altra parte, lo stare sulla difensiva e autolimitarsi alla breve ripetizione dei propri punti programmatici non è certo una strategia priva di rischi. Se ne accorse nel 1988 Michael Dukakis, quando rispose freddamente “No, I don’t” alla domanda se un eventuale stupro e assassinio di sua moglie lo avrebbe mai portato a riconsiderare la sua avversione alla pena di morte. Da quel momento, Dukakis non riuscì più a levarsi da dosso i panni del tecnocrate privo di emozioni, e dell’intera sua pure complessa e interessante candidatura alla Casa Bianca non si ricorda molto d’altro.

Quest’anno, forte e diffusa è l’opinione che durante i tre dibattiti previsti per questa tornata elettorale potrà succedere di tutto, tanto più che Donald Trump, il più dialetticamente aggressivo, si trova nella condizione di dover rimontare sondaggi che lo danno già per sconfitto. Di certo c’è solo che l’ex vicepresidente Joe Biden, tutte le volte in cui ha partecipato a simili eventi, si è sempre dimostrato più abile di quanto si ritenesse alla vigilia, mentre il presidente Trump sembra dare il meglio di sé nelle occasioni in cui si confronta con più di un rivale alla volta, come durante le primarie repubblicane di quattro anni fa, forse perché l’avere intorno molti diversi possibili obiettivi gli permette di complicare il lavoro di moderatori che, molto spesso in passato, e quasi sempre nel suo caso, si sono dimostrati tutt’altro che neutrali.

Del resto, i moderatori hanno un ruolo rilevante nel plasmare i toni e i contenuti di questo tipo di eventi. A loro è affidato il compito di far rispettare i tempi e, cosa più ancora più importante, di fare le domande a cui i candidati devono rispondere. Il modo in cui inquadrano gli argomenti e porgono le domande ha il potere d’influenzare le prospettive degli spettatori, tanto più che i loro inevitabili pregiudizi spesso sfuggono al più ampio pubblico. Sapere chi è il giornalista investito del ruolo di moderatore aiuta quindi a capire quale sarà l’atmosfera nella quale si svolgerà il dibattito e, forse, anche quale ne sarà l’esito. Il primo dibattito presidenziale sarà moderato da Chris Wallace, il conduttore di Fox News Sunday. Per i democratici, l’idea che sarà qualcuno di Fox News a far da moderatore è a dir poco snervante ma, a ben guardare, non sembra ci siano davvero ragioni per le quali dovrebbero diffidare di lui. Wallace ha da molto tempo la tessera del Partito democratico e una storia personale di attriti con il presidente in carica. Tanto per fare un esempio, in occasione dei uno dei dibattiti previsti nell’ambito delle primarie repubblicane del 2016, Wallace preparò una scheda grafica a schermo intero per sfatare alcune delle affermazioni fatte in precedenza da Trump. Presumibilmente a causa di incidenti come questo, Trump ha manifestato una chiara avversione per Wallace, al punto da definirlo pubblicamente come cattivo e odioso.

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