Conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, sull'ultimo strappo tra Trump e i vertici militari. Al Pentagono vogliono davvero fare solo guerre? “No, i militari difficilmente vogliono fare la guerra; vogliono piuttosto fare le cose giuste, ordinate e programmate, ma questo spesso non coincide con i tempi della politica”

Da una parte “un grande industriale che fa politica, tra variabilità di concetti e tendenze”. Dall’altra “militari che hanno inchiodati nel cervello principi da osservare e far osservare senza possibilità di deroga”. Il risultato? Un rapporto non facile, che non c’entra con la guerra, ma che piuttosto va rintracciato “in culture distinte e modi di pensare differenti”. Parola del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, che abbiamo raggiunto per commentare il dibattito innescato dalla recente uscita che Donald Trump ha riservato ai vertici del Pentagono: “Vogliono solo combattere guerre”. Esternazioni che seguono la polemica sui veterani, e che sono da inserire nella corsa elettorale verso #Usa2020, in cui il tycoon ha messo da tempo lo storico cavallo di battaglia legato al rientro dei soldati americani dalle “guerre senza fine”. Di base, resta comunque un rapporto burrascoso tra Trump e i vertici militari, palesatosi più volte durante la presidenza. L’ultimo della serie è l’attuale capo dell’Esercito, James McConville: “Posso assicurare che gli alti comandi raccomanderebbero l’invio di truppe solo se lo richiede la sicurezza nazionale e come estrema risorsa”.

Generale Arpino, le parole di Trump contro i vertici militari sono da leggere in chiave elettorale?

Probabilmente sì, anche se resta di fondo un problema noto: militari e politici hanno due culture distinte e due modi di agire diversi, anche se sono (o dovrebbero essere) concorrenti al medesimo fine. Nella mia esperienza ho conosciuto tanti politici, e posso dire che difficilmente si riesce a costruire un rapporto d’amicizia tra le due categorie. Sin dall’accademia ci vengono impartiti principi che restano inchiodati nel cervello, difficilmente coniugabili con l’azione politica. Sono convinto che se un politico si arruolasse in un’accademia militare e si comportasse secondo l’etica che usa in politica, sarebbe cacciato dopo tre mesi. Allo stesso modo, se un militare volesse usare i principi militari per farsi eleggere, difficilmente verrebbe votato.

Il presidente ha avuto tre capi del Pentagono, perdendo altri generali di cui inizialmente si era circondato, come Kelly, McMaster, Flynn. Ora emerge lo strappo con il capo dell’Esercito. Un rapporto burrascoso…

I problemi di un grande industriale come Trump con i militari nascono proprio da culture di base differenti. All’inizio, è vero, il presidente si è circondato di diversi generali. Nel tempo, le differenze sono però emerse. Il militare tace e obbedisce al comandante in capo, ma quando viene toccato o offeso, si arrabbia. Non lo fai mai violentemente, ma è in grado di affermare le sue ragioni. E così, quando i generali si sono resi conto della variabilità di concetti e di tendenze del presidente Trump (caratteristica ottima per un industriale che ragiona secondo il profitto) hanno avuto contezza dei conflitti con i principi che loro non devono solo osservare, ma anche far osservare senza possibilità di deroga a una platea molto vasta. Vorrei far notare comunque che i problemi non derivano dal fatto che Trump sia un repubblicano.

Ci spieghi meglio.

Se conosco bene il mondo americano, posso dire che i militari hanno simpatia per i repubblicani, ad eccezione di qualche ex collega di spicco che ha corso per i democratici. Tenga conto che le guerre americane (ad eccezione dei due interventi in Iraq con gli altrettanti Bush, padre e figlio) sono state fatte dai democratici, dalla Prima guerra mondiale con Wilson, all’intervento in Vietnam del democraticissimo Kennedy, poi terminato dal repubblicano Nixon travolto dallo scandalo del Watergate. E i militari difficilmente vogliono fare la guerra. Vogliono piuttosto fare le cose giuste, ordinate e programmate, consapevoli che le Forze armate sono fattore di potenza, ma anche strumento di politica. È qui che nasce la frizione.

Eppure, molte delle frizioni con i militari sono state legate alla uscite plateali di Trump su vari ritiri, dalla Siria all’Afghanistan fino alla Germania.

Ma non è questo ciò a cui i militari si oppongono. I militari contestano i modi e i tempi, spesso spiazzanti. Allo stesso modo infatti si opposero a Obama quando ordinò il ritiro dall’Iraq dopo l’accordo con la componente shiita, tanto da dover poi ri-incrementare il numero di truppe.

Il rientro degli Usa, seppure progressivo, non è dunque imputabile a Trump?

Direi di no. Gli storici individuano una periodicità di 20-25 per gli Stati Uniti che allungano le braccia sul mondo per poi ritirarle. I militari chiedono puntualmente che queste fasi si svolgano in modo ordinato e senza creare pericoli. Certe volte ciò non è concesso dal comandante in capo, poiché le opportunità politiche differiscono da quello che succede sul campo. È proprio come accade da noi quando il Parlamento deve decidere sul rinnovo delle missione, compresi i mezzi da utilizzare e le specifiche tecniche.

Considerando che siamo nella fase di rientro americano, dovremmo essere preoccupati come alleati europei?

No. Gli Stati Uniti non ci abbandonano. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno sono tornati. Anche oggi, le esercitazioni che stanno conducendo (compresa la seppur ridotta Defender Europe) richiamano manovre simili durante la Guerra fredda. Quando gli Usa ritirarono metà truppe dall’Europa, iniziarono subito a fare le esercitazioni “reforger” (return of forces to Germany), grossi movimenti per ripristinare praticamente tutta la potenza in caso di pericolo. Oggi il mondo è differente, e l’Occidente probabilmente è diviso di due. Ma gli Usa sono intervenuti in Europa quando la divisione era ancora più netta. Sono venuti durante la Prima guerra mondiale e la Seconda, e verranno anche una Terza se servisse. Se crediamo in questa alleanza, dobbiamo guardare alla tendenza americana con fiducia, senza spaventarci delle uscite di un presidente o dell’altro. Certo, a noi fa comodo la presenza americana, anche perché possiamo permetterci di spendere meno in armamenti.

Per questo si sta cercando di lanciare la Difesa europea.

Un timido segnale degli ultimi anni. Ma l’Europa è priva di un concetto di difesa comune. Il concetto di autonomia strategica a me sembra un’utopia rispetto alle grandi potenze che si contendo il mondo. In questo quadro, l’Europa deve scegliere da che parte stare, approfittando del cappello atlantico e collaborando per tenerlo in piedi.

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