Ieri il regime iraniano ha giustiziato il wrestler Navid Afkari nonostante una massiccia mobilitazione internazionale (da Trump al Cio). Aveva partecipato alle proteste contro la dittatura. Era accusato di omicidio ma l'unica prova era una confessione estorta. Così Teheran avverte gli oppositori. Il commento di Esmail Mohades, scrittore iraniano e attivista per i diritti umani esule in Italia

Se c’era bisogno di un ulteriore ed ennesimo messaggio, il regime mortifero al potere in Iran l’ha dato: ieri mattina ha impiccato Navid Afkari, un lottatore di 27 anni. In fretta, senza l’ultima visita con i familiari, hanno preso la vita a un campione. Nella città dove Navid viveva lo chiamavano il “Giusto”, per come aiutava chi aveva bisogno.

È stato unanime il coro di solidarietà verso di lui, che era accusato, dopo un sommario processo, ingiustamente di omicidio. Dal presidente statunitense Donald Trump al lottatore russo Aleksandr Medved’ più volte campione olimpico e del mondo, fino a molti altri campioni di diverse discipline sportive. Dal Comitato olimpico internazionale alla Federazione internazionale delle lotte associate, dalla Fifa al sindacato degli atleti, per non parlare di milioni di persone, di gente comune.

Forse, anzi senza forse, questo regime di criminali, indebolito, ha paura della rivolta del popolo, a cui avevano partecipato Navid e i suoi fratelli e per sedarla ha bisogno di sangue e mostra gli artigli. Il regime iraniano non è soltanto in guerra contro il popolo iraniano, ma è in guerra con l’intera umanità. La colpa del campione iraniano è la stessa colpa di cui è accusato l’intero popolo che rivendica il diritto alla vita, visto che il regime lo ha messo alla fame perché da decenni sperpera denaro pubblico nei suoi folli progetti nucleari e terroristici.

Navid Afkari, insieme a migliaia di altri cittadini, aveva partecipato a Shiraz alle manifestazioni del 2018 contro il regime che ha saccheggio un Paese ricco messo in ginocchio. È nota in Iran la brutalità degli inquisitori che estorcono confessioni agli arrestati promettendo clemenza, per poi accusarli usando quella falsa dichiarazione. La penosa farsa della confessione di Navid Afkari di aver ucciso un ceto Hassan Turkman, dipendente di una società di approvvigionamento idrico a Shiraz durante le manifestazioni, è stata trasmessa dalla televisione di Stato. Navid in un messaggio audio dal carcere aveva rivelato che la confessione gli era stata estorta e che lui non c’entrava nulla con quell’omicidio e che l’unica “prova” del tribunale contro di lui era il filmato di una telecamera che lo ritraeva un’ora prima dell’accaduto. Navid aveva chiesto, in vano, al tribunale di mostrare in pubblico il video.

Anche i due fratelli di Navid Afkari che si trovano in carcere sono stati condannati a 54 anni e sei mesi e 74 frustate, il trentacinquenne Vahid Afkari, mentre il ventinovenne Habib a 27 anni e tre mesi di carcere e 74 frustate. In passato, nel 1982, il regime ha assassinato l’amatissimo capitano della nazionale di calcio, Habib Khabiri, e molti altri sportivi che giocavano nella nazionale. È ancora lecito far rappresentare nei capi sportivi una grande nazione qual è quella iraniana dai suoi spietati assassini? Ricordiamo che in Iran tuttora alle donne è proibito accedere agli stadi, mentre i governi dei Paesi liberi e democratici non smettano la loro nefasta politica di appeasement. La morte del lottatore iraniano Navid Afkari squarcia drammaticamente il velo sotto cui un regime sanguinario commette ogni orrore contro la sua popolazione.

È evidente che il regime teocratico iraniano usa le esecuzioni capitali come deterrente verso chi protesta. Questa dannata dittatura, fuori dal tempo e da ogni luogo, in una crisi senza precedenti a causa della sua rovinosa politica, aggredisce l’indifeso popolo iraniano, godendo di un silenzio accondiscendente, soprattutto presso le cancellerie europee. La violazione dei diritti umani fondamentali da parte della teocrazia iraniana è tale che non ha giustificazioni intrattenere rapporti con questo regime. Il silenzio dei governi con il brutale regime al potere in Iran sa di complicità. Sì, insieme a Maryam Rajavi, leader della Resistenza iraniana, ripetiamo che il silenzio di fronte a questi abnormi crimini è una palese complicità che il regime iraniano interpreta come semaforo verde.

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