Un omicidio-suicidio a Formello è collegato a un affare da 300 milioni (sventato dai carabinieri) per portare droni, mitragliatori e fucili dall’Italia all’Iran?

Said Ansary Firouz aveva 68 anni. Nato negli Stati Uniti ma cittadino iraniano, figlio dell’ambasciatore di Teheran a Roma ai tempi dello Scià di Persia, è stato freddato martedì nel comune romano di Formello da un connazionale, Foloty Cave, su cui spiccava da un anno un mandato d’arresto per droga, poi suicidatosi. Il Messaggero, quotidiano che da giorni segue con attenzione la vicenda, oggi ha raccontato la rete di conoscenze di Firouz: “spie del regime di Teheran, ndranghetisti, trafficanti russi e faccendieri italiani”. Il suo compito era portare agli ayatollah droni da guerra, mitragliatori e fucili di precisione nella primavera del 2017. Un business illegale che gli avrebbe fruttato 6 milioni di euro. Mai incassati.

Dietro il movente ufficiale, cioè un litigio per un debito di denaro, “i carabinieri del nucleo investigativo di Ostia lavorano per cercare di capire se si nasconda una vicenda di spionaggio internazionale”, scrive il giornale romano: “Troppi i legami del 68enne con ambienti dell’intelligence, la mafia calabrese e importanti affaristi che operano a Dubai, per non investigare a fondo sul suo assassinio”. Nelle carte, racconta Il Messaggero, c’è un incontro a Londra nel 2016 tra Firouz e Safarian Nasab Esmail, almeno fino a ottobre dell’anno scorso indagato per terrorismo internazionale dalla procura capitolina. “E a Roma è spesso presente alle trattative per l’acquisto di prodotti bellici”, si legge sul giornale che spiega anche come l’antiterrorismo del Ros bloccò sul nascere le compravendite che Firouz aveva cercato imbastire tra referenti Repubblica islamica e due differenti cordate di venditori d’armi italiani.

Per avere fatto incontrare domanda e offerta di una affare da 300 milioni di euro (tanto gli Ayatollah erano pronti a sborsare per acquistare i droni Hunter mq5 capaci di sganciare le bombe Viper strike gbu – 44 /B, il mitragliatore Browing m2, l’AK 47, il fucile di precisione Sako trgm 10 e la carabina Tikka t3) Firouz aveva ricevuto un avviso di garanzia dal Ros dei carabinieri pochi giorni prima dell’omicidio: traffico internazionale di prodotti bellici. Indagati assieme a lui altre nove persone tra connazionali e italiani.

Non è la prima volta che Roma è al centro di traffici internazionali di armi. Nel 2010 si alzò lo scontro tra Italia e Iran per l’arresto di alcuni cittadini iraniani per traffico d’armi verso la Repubblica islamica. Nel 2017, invece, furono fermate dalla polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia, su ordine della Dda di Napoli quattro persone indiziate di traffico internazionale di armi e di materiale dual use, di produzione straniera. Si trattava di tre italiani e un libico accusati di aver introdotto, tra il 2011 e il 2015, in Paesi soggetti a embargo, quali Iran e Libia, in mancanza delle necessarie autorizzazioni ministeriali, elicotteri, fucili di assalto e missili terra aria. Tra loro italiani una coppia di coniugi di San Giorgio a Cremano: Mario Di Leva, convertito all’Islam con il nome di Jaafar, e Annamaria Fontana, ex assessore del comune di San Giorgio. Agli atti dell’inchiesta finì anche una foto della coppia in compagnia dell’ex premier iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Ma Roma è anche crocevia di spie. Tra luglio e agosto su Formiche.net avevamo raccontato la storia di Danial Kassrae, un ventinovenne iraniano con cittadinanza italiana espulso dall’Albania con l’accusa di spionaggio per conto dell’intelligence di Teheran contro la Resistenza in esilio. Ora si troverebbe nel nostro Paese. Addirittura, secondo il Consiglio nazionale della resistenza iraniana, Kassrae sarebbe stato “precedentemente impiegato come reporter dalla televisione statale iraniana Press TV a Roma” e sarebbe stato lo stesso Mois a inviarlo dall’Italia in Albania “contemporaneamente al trasferimento in Albania degli ultimi gruppi di membri del Mek dall’Iraq”.

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