Non sarà il Consiglio europeo decisivo per la Brexit quello che si conclude oggi. La scadenza del 15 ottobre per portare a termine i negoziati tra Unione europea e Regno Unito non è più una data limite. Diplomatici e funzionari europei lo sanno ormai da settimane. I leader dei 27 Stati membri chiederanno a Michel Barnier di mantenere la calma e proseguire le trattative: il Consiglio europeo “invita il caponegoziatore dell’Unione a intensificare i negoziati con l’obiettivo di garantire che un accordo possa essere in vigore dal 1° gennaio 2021”, si legge nelle bozze delle conclusioni del vertice.

“A poche settimane dalla scadenza del 31 dicembre il rischio di non accordo è una possibilità concreta. Ne scaturirebbero una serie di conseguenze per le nostre imprese e per i nostri cittadini: dazi e controlli doganali, burocrazia, ritardi, blocchi, delocalizzazioni e così via”. È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei presidenti delle principali associazioni industriali di Germania, (Dieter Kempf di Bdi), Italia (Carlo Bonomi di Confindustria) e Francia (Roux de Bézieux di Medef), che invitano “i leader di entrambe le parti a rispettare l’Accordo di Recesso e la Dichiarazione Politica, a essere pragmatici ed esplorare tutte le opzioni possibili per raggiungere una soluzione in grado di garantire fluidità negli scambi commerciali, mantenendo al contempo condizioni di concorrenza leale tra l’Ue e il Regno Unito”.

L’ufficio studi di Sace ha condotto un’analisi sugli effetti della Brexit e sulla possibilità, tutt’altro che da escludersi, del verificarsi di una no-deal exit. In questo caso, si legge nel rapporto, nel 2021 i prodotti italiani subirebbero una contrazione del 12,1% a causa delle barriere tariffarie introdotte, anziché crescere del 5,3% come atteso in caso del raggiungimento di un accordo commerciale tra le parti. Tra i prodotti esportati i più colpiti sarebbero i beni di investimento (che includono meccanica strumentale, mezzi di trasporto, apparecchi elettrici ed elettronici). Questi registrerebbero una contrazione simile a quella attesa per il 2020, pari a -27,6%.

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L’impatto di un “addio al buio” andrebbe però oltre il commercio di beni, spiega l’ufficio studi di Sace: colpirebbe anche altri aspetti quali commercio di servizi, investimenti diretti esteri, presenza delle imprese italiane nel Regno Unito, nonché i numerosi cittadini italiani residenti oltremanica. Non da ultimo, un mancato accordo produrrebbe effetti sul commercio internazionale legato alle catene globali del valore, in cui Regno Unito e Italia sono altamente integrate.

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