La due giorni di Jens Stoltenberg tra Ankara e Atene conferma il ruolo della Nato per la de-escalation nel Mediterraneo orientale. Intanto però Erdogan tiene la linea dura nel supporto incondizionato all'Azerbaijan per la guerra in Nagorno Karabakh. Per ricostruire il dialogo si muove ancora una volta Angela Merkel. Colloquio telefonico tra i due leader

Sono la Nato e la Germania a guidare l’impegno internazionale per addolcire l’assertività della Turchia tra Mediterraneo orientale e Caucaso orientale, lì dove prosegue la guerra per il Nagorno Karabakh. Tra ieri e oggi, il segretario generale Jens Stoltenberg è stato ad Atene e Ankara per dare seguito all’avvio del meccanismo di de-confliction tra Grecia e Turchia. Intanto, la cancelliera Angela Merkel ha raggiunto telefonicamente il presidente Recep Erdogan per un dialogo corposo tra Mediterraneo, Libia, rapporti con l’Ue e Nagorno Karabakh.

IL RUOLO DELLA NATO

Inizialmente, l’agenda fornita dalla Nato alla stampa non prevedeva gli incontri con i rispettivi capi di Stato Katerina Sakellaropoulou e Recep Erdogan. Poi, alla vigilia della partenza di Stoltenberg, l’aggiornamento sugli incontri e l’inserimento dei vertici con i due presidenti, a conferma delle rilevanza che Ankara e Atene attribuiscono in questo momento alla Nato. Alla fine della scorsa settimana è stato il segretario generale ad annunciare l’intesa per la creazione di un meccanismo di de-confliction militare, con tanto di linea rossa diretta tra Grecia e Turchia per evitare incidenti e far crescere la fiducia reciproca. Apre lo spazio a un lavoro diplomatico che si preannuncia particolarmente complesso, visto che gli interessi e le rivendicazioni sulle acque del Mediterraneo orientale restano al momento inconciliabili (come dimostrano oggi le parole del ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ad Agenzia Nova).

I SEGNALI INCORAGGIANTI

Intanto però emerge qualche segnale incoraggiante. Ad Atene Stoltenberg ha incontrato il primo ministro Kyriakos Mitsotakis e i titolari di Esteri e Difesa Nikos Dendias e Nikos Panagiotopoulos. Pressoché stessa formazione ad Ankara, con i ministri Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar. In tutti gli incontri, Stoltenberg ha tenuto a sottolineare come Turchia e Grecia siano “due membri di valore della Nato”. Il mantra è divenuto importante nella calda estate del Mediterraneo orientale, quando la membership all’Alleanza Atlantica è rimasto l’unico elemento d’incontro tra Ankara e Atene. È comunque bastato per costruire un primo dialogo a livello operativo, fondamentale per evitare pericolosi incidenti tra esercitazioni incrociate e manovre militari. Un punto a favore della Nato (e della linea per il dialogo sostenuta anche dall’Italia), a dispetto dei numerosi detrattori (soprattutto oltralpe) che avevano spiegato la crisi tra i due Paesi membri come una dimostrazione dell’inefficienza dell’Alleanza.

IL FRONTE TURCO…

E così ad Atene Stoltenberg ha ringraziato i leader greci per l’impegno nella Nato, tra l’impegno sulla crisi migratoria e il rispetto dell’obiettivo di spendere il 2% del Pil nella Difesa. Ringraziamenti anche ad Ankara sul fronte degli impegni nelle missioni comuni, anche se il dialogo sul fronte turco resta probabilmente più complesso. Rimane difatti aperta anche la questione sulla fornitura russa del sistema S-400 ad Ankara, una vendita a cui la Nato continua chiaramente a opporsi. In più, la Turchia resta l’unico Paese dell’Alleanza a non aver aderito agli appelli per un cessate-il-fuoco in Nagorno Karabakh, mantenendo una posizione di supporto “fino alla fine” alla rivendicazione dell’Azerbaijan contro l’Armenia. Posizione che non facilita certo la presentazione dell’immagine di una Turchia volenterosa ad abbassare la tensione su tanti dossier internazionali.

… E L’ATTIVISMO TEDESCO

Ci ha provato dunque Angela Merkel nel corso di un colloquio telefonico con lo stesso Erdogan in cui si è parlato di Mediterraneo orientale, Libia, Nagorno Karabakh e rapporti con l’Ue. Leggendo la nota della presidenza turca, sui primi due punti il dialogo sembra indirizzato, mentre sugli altri due restano diverse difficoltà. D’altra parte, complice il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea, la Germania ha da qualche mese preso in mano lo sforzo diplomatico del Vecchio continente, senza nascondere anche l’ambizione a un ruolo più attivo nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

I NODI AL PETTINE

Il dossier turco rappresenta senza dubbio un banco di prova importante per l’iniziativa di Berlino targata Angela Merkel. Anche perché la Germania ha poca voce in capitolo sulla questione più spinosa, ovvero il conflitto in Nagorno Karabakh, su cui lavora il Gruppo di Minsk dell’Osce presieduto da Francia, Usa e Russia. Eppure, mentre Washington e Mosca paiono piuttosto restii ad occuparsi della faccenda (che per i russi potrebbe portare all’obbligo di intervenire a difesa dell’Armenia), Parigi non si presenta ad Erdogan come interlocutore privilegiato, sostenendo la linea dura nei confronti della Turchia sia sul Mediterraneo, sia sul Caucaso meridionale. In questo spazio si inserisce la progressiva emersione tedesca anche sul Nagorno Karabakh.

A fare la differenza sarà comunque la determinazione di Ankara nel supporto a Baku. Per ora il sostegno all’offensiva azera è totale, tanto da spingere il presidente Ilham Aliyev a ribadire quotidianamente l’obiettivo dell’iniziativa: la ripresa del controllo della regione contesa e di tutti i territorio occupati, riportando sostanzialmente indietro le forze azere da tutti gli ottenimenti del conflitto del 1994, rimasto da allora congelato.

LA GUERRA NEL CAUCASO

E mentre qualche spiraglio di de-escalation sembra dunque aprirsi sulla crisi in Mediterraneo orientale, resta invece più che assertiva la posizione turca sul conflitto in Nagorno Karabakh. Ankara non arretra nel sostegno totale all’Azerbaijan, che prosegue dunque l’impegno militare per riprendersi la regione contesa e tutti i territori occupati dalle forze armene. Lo ha chiarito il ministro turco Cavusoglu a Nova: “L’unica soluzione praticabile al conflitto passa attraverso il ritiro totale delle forze armene dai territori azeri occupati”. Una prospettiva che l’Armenia non può accettare, continuando a invocare l’intervento della comunità internazionale. Dopo la lettera dei presidenti, ieri sono stati i ministri degli Esteri di Francia, Usa e Russia (in qualità di co-chair del Gruppo di Minsk) a fare un nuovo appello al cessate-il-fuoco. È caduto anch’esso nel vuoto, e intanto nel Caucaso meridionale continua la guerra.

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