Amy Coney Barrett è il nuovo giudice della Corte suprema Usa. Che impatto avrà la terza nomina del presidente Trump? L’analisi di Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University

La nomina di Amy Coney Barrett quale nuovo giudice della Corte suprema è stata ratificata dal Senato con un voto di 52 a 48. In altre parole, l’intero Partito repubblicano, con la prevista eccezione della senatrice del Maine Susan Collins, ha votato a favore, mentre tutto il Partito democratico ha votato contro. L’evento è uno di quelli destinato a far storia, e non solo perché sancisce l’arrivo alla Corte suprema del terzo giudice nominato in quattro anni dal presidente Donald Trump, ma anche perché, meglio di qualsiasi altra cosa, evidenzia la profonda frattura interna a un sistema politico che non è stato progettato per funzionare agevolmente in presenza di un così elevato livello di polarizzazione. Non per niente, la ratifica della nomina del giudice Barrett ha reso i democratici letteralmente furiosi, tanto che il capo della minoranza democratica al Senato, il senatore di New York Chuck Schumer, puntando il dito contro i repubblicani, non si è trattenuto dal definire il momento come il più oscuro nell’intera storia del Senato.

Ogni nomina alla Corte Suprema genera curiosità e speculazioni su come il nuovo giudice influenzerà le decisioni dell’Alta corte e, quindi, su quali ripercussioni avranno sulla società statunitense le sue interpretazioni del diritto costituzionale. In realtà, l’impatto di un nuovo giudice si è in genere rivelato molto meno determinante di quanto ritenuto alla vigilia. Questo perché raramente si è prodotta una stabile situazione di stallo a causa del convergere di quattro giudici su di una posizione e degli altri quattro su di un’altra. Non sempre i nove giudici di Corte suprema finiscono per prendere decisioni congrue con quella che si crede sia la loro principale propensione politica, in particolar modo con il passare del tempo. Sotto questo punto di vista, è buon esempio il caso della sentenza con la quale, nel 2015, la Corte suprema ha giudicato costituzionale il matrimonio tra persone appartenenti allo stesso sesso, anche se all’epoca era costituita da cinque giudici di nomina repubblicana e quattro di nomina democratica. Un altro ancora più recente esempio è rappresentato da quel pronunciamento del giugno scorso con il quale la Corte suprema ha bloccato il tentativo dell’amministrazione Trump di smantellare i programmi volti a proteggere dall’espulsione molte migliaia d’immigrati clandestini, nonostante fosse anche in questo caso composta da cinque giudici a nomina repubblicana e quattro democratica.

Ovviamente, a causa del potenziale impatto del voto di un singolo giudice, la possibilità di un cambiamento significativo nell’impostazione generale della corte è tutt’altro che impossibile. Tuttavia, anche se un nuovo giudice possiede valori e atteggiamenti completamente diversi dal suo predecessore, il suo voto è solo un voto tra nove, come dimostrato nella seconda metà degli anni Ottanta dal caso costituito dalla sostituzione del liberal Thurgood Marshall con il conservatore Clarence Thomas. Negli anni precedenti il suo ritiro, Marshall si distinse come il giudice più liberal della Corte. Al contrario, Thomas ne divenne immediatamente il più conservatore, ma la sua presenza non ha condotto a un effettivo aumento delle decisioni filoconservatrici in materia di libertà e diritti civili. Questo per dire che l’arrivo di Barrett alla Corte suprema aumenta le probabilità di una maggiore impostazione conservatrice delle decisioni di questa corte ma non offre in merito nessuna vera certezza.

È sicuramente anche per questo che, in un momento di scarsa fiducia del pubblico nel governo federale, almeno secondo i sondaggi la maggioranza degli statunitensi continua ad avere un’opinione favorevole della Corte suprema, sebbene in misura molto diversa tra quanti si dichiarano democratici e quanti repubblicani. Questo perché, per sua natura, la Corte è un’istituzione ibrida, di natura al tempo stesso giuridica e politica, e quindi si presta a valutazioni da parte del pubblico altalenanti.

In questo quadro, a prescindere dal peso che Barrett avrà sull’imminente nuovo pronunciamento della Corte sulla costituzionalità di quell’Affordable Care Act firmato dall’amministrazione Obama e profondamente avversato dai repubblicani, oppure sull’esito della presente tornata elettorale nel caso in cui, come vent’anni fa, quest’ultimo finisse con il dover esser deciso dalla Corte suprema, la sua nomina rappresenta comunque una vittoria per il presidente Trump che ha così, ancora una volta, dimostrato di saper far seguire i fatti alle sue promesse. Vittoria ancora più marcata per via della tanto feroce, quanto inutile, avversione dimostrata in merito alla nomina del nuovo giudice da parte dell’intero universo democratico. E rappresenta una vittoria non meno importante anche per il capo della maggioranza repubblicana al Senato, il senatore del Tennessee Mitch McConnell, che si è dimostrato ancora una volta in grado di compattare un partito tutt’altro che monolitico. Infine, l’arrivo di Barrett alla Corte suprema rappresenta una forse ancora più grande vittoria per il senatore della South Carolina, e capo della commissione giuridica, Lindsey Graham che, da ultimo, ha puntato per la rielezione proprio sulla convergenza degli sforzi suoi e del presidente Trump volti al fine di orientare in direzione conservatrice quanto più possibile del sistema giudiziario statunitense.

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