C’è un momento in cui tutti i nodi che non hai sciolto, o non hai potuto sciogliere, giungono al pettine. Per Giuseppe Conte, il momento topico sembra essere arrivato in queste ore. La tattica del presidente del Consiglio è stata sempre finora quella del console romano Fabio Massimo, cioè temporeggiare e non prendere le decisioni.

Mostrando per converso al pubblico un attivismo sfrenato e un piglio decisionistico, che a volte ha sfiorato anche l’arroganza, che, non suffragato da fatti, è risultato per lo più uno strumento di marketing politico e di comunicazione.

D’altronde, non poteva essere diversamente: la maggioranza semplicemente non esiste, e il premier non avendo né un partito suo né essere mai passato dalla prova elettorale, non ha una forza politica tale che gli permetta di sfidare le forze che lo tengono in piedi. Forze centripete, per lo più, che, miracolosamente, si sono finora elise a vicende, o meglio si son fermate davanti al rischio di una crisi che avrebbe potuto mandare tutti a casa. Fra di esse, c’è in primo luogo Italia Viva, il partito mai nato di Matteo Renzi, alla ricerca permanente di punti di frizione col premier per conquistare posizioni di potere tanto più ampie quanto più le prospettive future sembrano evanescenti. Ed ecco che, in barba ad ogni coerenza, non c’è occasione che non sia propizia per Italia Viva per marcare le differenze e dare di sé quella immagine (parola di Maria Elena Boschi) di “forza determinata e determinante”.

Determinante soprattutto per la sopravvivenza del governo, sembrerebbe di capire. Anche se poi Conte sa bene che il gioco, che certo potrebbe sfuggire di mano, non può essere condotto da Renzi fino alle ultime conseguenze. Ieri, l’occasione l’ha offerta una proposta di legge a cui il Pd, per ovvi motivi elettorali, tiene molto e il cui passaggio in aula sembrava tranquillo: il voto ai diciottenni. Italia Viva l’ha bloccata non perché contraria, ma perché, questa la motivazione ufficiale, la si vorrebbe inserita in un progetto organico di riforme. In verità, si cerca di alzare il prezzo della propria presenza al governo chiedendo un ministro nel perorato” rimpasto”. Il quale, in verità, è visto da Conte come fumo negli occhi: il premier ben sa che può bastare un nonnulla per far saltare il precario equilibrio su cui si regge.

A complicare la faccenda ci si è messa poi in queste ore l’impennata dei contagi di Covid, in sostanza la “seconda ondata” tanto paventata. Con il rischio concreto però che questa volta il virus assassino possa creare seri danni e non vantaggi al presidente del Consiglio. Conte si trova in palese difficoltà: pur essendo prevedibile e annunciata, questa recrudescenza autunnale trova il Paese del tutto impreparato.

I mesi estivi sono passati invano in discussioni spesso surreali, senza che si provvedesse a procurare l’essenziale: posti letto nelle terapie intensive, vaccini antiinfluenzali, tamponi e test sierologici. Con l’aggravante che proprio i soldi tabù del Mes avrebbero potuto darci qualche spiraglio di luce. Chi se non il governo è chiamato a rispondere di tutto questo? Nello stesso tempo, i soldi promessi per altre vie dall’Europa, soprattutto quelli del Recovery Fund, non arriveranno certo in breve tempo, e per di più saranno legati alla presentazione di progetti che la nostra macchina politico-burocratica sembra davvero non in grado di mettere in piedi nei tempi dovuti, nonostante comitati, sottocomitati e task force dei più diversi tipi (o forse proprio per questo).

In queste condizioni, misure più restrittive come quelle chieste da una parte del governo (in prima linea il capo delegazione Pd, Dario Franceschini, e il ministro della salute, Roberto Speranza) potrebbero essere esiziali per la nostra economia in ginocchio. Per non dire del nuovo e paventato lockdown totale.

Il vertice d’urgenza sull’emergenza chiesto dal Pd a Conte presenta non poche minacce per il presidente del Consiglio. Su tutto si staglia poi di nuovo il conflitto Stato-Regioni, che dà l’impressione di uno sfaldamento della stessa coesione nazionale. Come giudicare, d’altronde, il “fuoco amico” di un governatore come quello della Campania, Vincenzo De Luca, che fa di testa sua pur essendo a Roma una maggioranza affine a quella che c’è nella sua Regione?

A completare il quadro, un’opposizione non solo impotente, ma anche a corto di idee e visione. E uno scaricabarile generale, che ricorda (non sembri esagerato) le pagine meno gloriose della storia patria.

La crisi politica fa da pendant a quella di sistema. Forse solo un intervento non di circostanza del capo dello Stato potrebbe rimettere sui giusti binari un treno che mai come in questo momento sembra sul punto di deragliare.

Condividi tramite