Era il 2018, quando la morte in Costa Rica dell’imprenditore genovese Salvatore Ponzo occupò le prime pagine dei media nelle due sponde dell’Atlantico.

Il giovane era stato ucciso sul portone dell’ambasciata italiana a San José ed era alla guida di un’impresa di produzione agricola, Tierra Nuestra Latina, che si vantava di avere come obiettivo “la produzione della miglior frutta dorata”. Peccato che tra le scatole di frutta che Ponzo e i suoi soci spedivano in giro per il mondo c’era, ogni tanto, un carico di cocaina. La rete di traffico di droga arrivava in Italia, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Russia e persino in Cina.

Nel 2020, un tribunale italiano ha svelato il business nascosto, e ha condannatoil padre di Ponzo per narcotraffico. L’omicidio del giovane imprenditore sarebbe stata una vendetta per un carico perso di droghe.

Questo intrigo internazionale, in cui è coinvolta la mafia italiana, è stato svelato in un’analisi dell’organizzazione InSight Crime. A firma di James Bargent, l’inchiesta ricorda che il Costa Rica è stato da sempre un collegamento importante nella catena di rifornimento di cocaina, ma per molti anni era stato semplicemente lo scenario logistico per il flusso verso gli Stati Uniti. “Nell’ultima decade, però, – spiega InSight Crime – i trafficanti in cerca di nuove rotte di traffico per fornire il mercato europeo, hanno trasformato il porto di Limón, da dove partono le navi con i container, in uno dei punti di spaccio più importanti della regione”. Un cambiamento logico, vista la vicinanza geografica del Costa Rica con il più grande produttore di cocaina nel mondo, la Colombia.

L’organizzazione sostiene che i narcotrafficanti europei, tra questi la reti della mafia italiana che controllano gran parte del traffico di cocaina nel Vecchio continente, hanno identificato l’opportunità che si stava presentando: “All’inizio, questi trafficanti hanno optato per un metodo che ha avuto una grande accoglienza con la mafia italiana: l’uso di imprese di esportazione facciata”.

Manuel Jiménez, procuratore de Limón ha dichiarato che questi “imprenditori” hanno compagnie fantasma che si dedicano all’esportazione di prodotti come frutta e fiori verso l’Europa e gli Stati Uniti, ma in realtà si dedicano al contrabbando di cocaina. “Nella maggioranza dei casi, gli italiani e i loro fornitori colombiani contrattato reti locali di invio per organizzare i carichi”, ha aggiunto InSight Crime.

Il primo caso che ha coinvolto la mafia italiana risale al 2014, quando le autorità hanno smontato una rete di prestanome cubani che gestivano carichi di cocaina verso gli Usa e l’Europa per conto della ‘Ndrangheta.

Le imprese di esportazione facciata non sono l’unico strumento della mafia italiana in Costa Rica. Secondo l’inchiesta, a luglio del 2020 “l’Interpol ha arrestato un narcotrafficante profugo della ‘Ndrangheta Franco D’Agapiti, che risultava co-proprietario di un resort con albergo di lusso e un casinò nella località turistica Jacó, sul Pacifico. Per l’Interpol, si trovava in Costa Rica presumibilmente ‘per facilitare l’ingresso di cocaina in Italia, usando la sua rete internazionale e il suo albergo per offrire supporto logistico ai visitatori del clan (‘Ndranghetisti)’”.

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