L’area indo-pacifica è al centro dell’ultima riunione dei Five Eyes. I cinque Paesi annunciano azioni di contrasto alle minacce globali per i loro interessi. L’Italia può permettersi di rimanere fuori? L'intervento di Andrea Monti, professore incaricato di diritto dell’ordine e sicurezza pubblica nell’Università di Chieti-Pescara

Un comunicato stampa dello US Department of Defense del 15 ottobre 2020 annuncia asetticamente i risultati dell’ultimo incontro (ufficiale) fra i componenti del Five Eyes, l’accordo fra Usa, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda per l’acquisizione e lo scambio di informazioni di strategiche e tattiche per tutelare gli interessi nazionali.

Il testo del comunicato è apparentemente privo di contenuti, contenendo solo dichiarazioni generiche sull’importanza della cooperazione e l’impegno a proseguire sulla strada tracciata. A ben guardare, tuttavia, il penultimo paragrafo contiene un messaggio molto chiaro sulle priorità operative di questa struttura di intelligence: “Ministers discussed current and future international initiatives, and considered how the Five Eyes might increase cooperation to address shared global security challenges. They concluded the meeting by sharing their respective engagement strategies in the Indo-Pacific region and identified ways to better coordinate efforts”.

In primo luogo, è ribadita la centralità per i Five Eyes del teatro indo-pacifico rispetto ad altre aree di interesse geopolitico, in concorrenza evidente con l’attenzione europea per lo stesso scenario. In secondo luogo, e di conseguenza, i cinque paesi hanno annunciato un’intesificazione delle attività di contrasto alle minacce per la loro sicurezza.

Apparentemente la scelta strategica dei Five Eyes non sembra di particolare interesse per l’Italia, ma la storia recente insegna tragicamente che non è così e le azioni decise a Pechino o a Nuova Delhi —ma anche a Tokyo o Seoul— provocano reazioni anche da questa parte della (ex) Cortina di ferro e nel nostro Paese in particolare.

Non si tratta solo di ripercussioni economiche, come nel caso del coinvolgimento italiano nella Via della seta, o delle polemiche sull’interesse cinese per il porto di Trieste o di questioni di sicurezza nazionale (come nell’affaire 5G). L’attivismo delle tigri orientali ha cominciato da tempo a manifestarsi anche (e soprattutto) in questioni di politica estera tradizionalmente appannaggio euro-americano, con la Cina che si candida ad un ruolo di primo piano nella soluzione del conflitto medio-orientale.

Di conseguenza, per l’Italia che non ha più le relazioni privilegiate di un tempo con Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, diventa fondamentale poter accedere alle informazioni di rilevanza strategica che solo i Five Eyes possono raccogliere e (scegliere di) condividere. Ed è proprio la condivisione delle informazioni a rappresentare il nodo gordiano da sciogliere perché l’Italia possa accedere all’enorme patrimonio informativo dei Five Eyes. Allo stato, infatti, i componenti della rete di intelligence possono scegliere a loro discrezione quando, quali e quante informazioni possono essere condivise, ma soprattutto con chi e a quali condizioni. Detta in altri termini, se l’Italia vuole diventare il “Sesto Occhio” deve consentire che almeno una parte della propria infrastruttura di sicurezza nazionale sia quantomeno “cogestita” dal Network.

Vista l’assenza di una struttura analoga in ambito europeo – che ad oggi non sembra nemmeno lontanamente considerata nei progetti del legislatore comunitario – non ci sono alternative all’ingresso nel “salotto buono” dell’intelligence elettronica, se non quella di attivarsi per stipulare un trattato con singoli Paesi in Europa e in Oriente. Proprio la ritrosia dei Five Eyes ad estendere la full membership ad altri potenziali candidati, infatti, potrebbe supportare la creazione, magari a guida italiana, di un progetto concorrente a tutela degli interessi nazionali.

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