Domenica 4 ottobre, in Piazza San Pietro, dopo la recita dell’Angelus – la preghiera mariana che il Romano Pontefice per antica tradizione recita con i fedeli presenti e con quelli collegati attraverso vari mezzi di comunicazione –  e dopo quelle parole che in genere il papa rivolge a margine della preghiera stessa, viene diffusa, anzi donata (nel testo si utilizza il verbo regalare) ai presenti una nuova enciclica, documento del magistero pontificio, l’undicesima delle cosiddette encicliche sociali, quelle che a partire dalla Rerum novarum (1891) affrontano dal punto di vista cristiano le questioni centrali per la comprensione della cultura e società loro attuali.

In tempi da record e nelle forme più varie si sono moltiplicati i commenti su un documento che non è certo di immediata lettura, se non fosse per la sua lunghezza e per la ricchezza del suo apparato critico. Si sono moltiplicati sulla carta stampata e nell’arena digitale tanto gli elogi, quanto le critiche.

Abbiamo assistito alla trasformazione di un evento come il dono di un’enciclica al popolo di Dio, in una notizia che sembra seguire logiche proprie: legittimo chiedersi se così si aiuta davvero chi si appresta a leggere un testo che non solo chiede riforme epocali, ma soprattutto invita in maniera appassionata alla conversione dei cuori e delle strutture sociali e dei sistemi che le integrano.

Eppure c’è come l’impressione che tutti abbiano fretta di consumare ciò che invece parla al mondo da una prospettiva di lunga durata, stabile, ispirata, sapiente. Fosse solo per le scelte che papa Francesco fa: delle parole, dei gesti, dei rimandi che hanno bisogno di attenzione e di tempo per essere colti, così come sono, frutto di una lenta e meditata gestazione.

Un documento del magistero pontificio, così importante nel suo genere e questo in parte spiega perché solo il terzo in tutto il pontificato, soprattutto frutto ispirato della preghiera e riflessione di uno delle poche voci autorevoli ascoltate a livello mondiale, in un tempo di grande compassione per l’umanità, ha bisogno di essere colto ed accolto in diversi modi e tempi.

Propongo una sequenza di pratiche e un impegno responsabile in questo senso.

Un’enciclica è in fondo e soprattutto un dono che rafforza, ispira, incoraggia, ammaestra: come tale suscita, come ho appena rilevato, accoglienza e le reazioni più diverse; siamo proprio nel tempo in cui tutto questo va osservato con spirito di discernimento, e vanno poste domande precise sulla genesi e sulla forma del testo, e soprattutto sulle modalità con cui il papa lo consegna alla Cristianità e all’umanità intera.

Si aprirà quindi un tempo di lettura, riflessione, ripresa del testo, che non può essere breve per le articolazioni dell’enciclica, per i suoi numerosi paragrafi, per i temi capitali che affronta.

Poi c’è il tempo della recezione che per il popolo di Dio è un tempo di attenta maturazione e spesso dura decenni! Mi permetto una osservazione a margine: la ricchezza di documenti che in tempi recenti la Chiesa ci offre non deve essere vissuta a detrimento di questo lento processo di interiorizzazione e assimilazione; tuttavia, la tentazione di aspettare la novità editoriale e gettarsi sul prossimo documento e sulla notizia che ne descrive la pubblicazione rimane sicuramente molto forte.

Provo a percorrere una prospettiva diversa: ho pensato che si potrebbe aprire (almeno) un anno per la lettura di questo testo, che parlerà meglio quando il rumore delle critiche e degli elogi della prima ora cederà il passo all’essenziale; quando i riflettori non saranno più rivolti alle autorità che prendono la parola su Fratelli tutti, ma sui risultati di un attento sforzo ermeneutico. Sarà poi meglio ancora quando la parola del papa potrà essere colta in tutta la sua forza di denuncia, di esortazione, di invito ad una fede adulta, a scelte concrete e a politiche responsabili che la manifestino.

Ognuno farà la sua parte (speriamo): ho quindi pensato che un’enciclica che arriva nel momento in cui incidentalmente si apre un nuovo anno accademico sia occasione per un impegno ad una lettura lunga (almeno) un anno, da fare insieme con docenti e con studenti, perché, ascoltata insieme, la parola del papa può essere capita meglio e può toccare più a fondo le corde degli animi e favorire la trasformazione degli stili di vita e di presenza operosa comune.

Nel mio caso si tratta quindi di leggere Fratelli tutti nello spirito della Veritatis Gaudium!

Nella mia responsabilità e conduzione di un programma accademico che riflette sulle teorie e pratiche della leadership e che introduce i partecipanti ad una lettura critica, etica e profetica delle istituzioni, ho allora pensato a qualche sottolineatura che spero possa essere di qualche utilità per meglio accogliere, per leggere-riflettere-commentare con profondità e coraggio, per articolare ed interpretare una recezione di dell’enciclica appena pubblicata.

D’altro canto mi sento incoraggiato in questa operazione in quanto sottolineare (il testo dell’enciclica usa il verbo evidenziare) è un’operazione che l’autore stesso fa fin dal primo paragrafo!

Mi concentro sulla prima parte del testo, che se non presenta il titolo formale di proemio, lo è per la sua natura ed indole introduttiva; segnalo che spesso papa Francesco nelle prime parti di un documento offre una sorta di comunicazione più personale, diretta, chiaroveggente e incoraggiante per il fedele lettore.

Il papa propone a tutti noi di seguire una leadership ed un servizio di indirizzo ispirato ad almeno sette caratteristiche. Un leader è capace infatti di:

1. individuare e valorizzare ciò che è essenziale (cfr. par.1);

2. avere sempre presente il tema della frontiera e da qui seminare pace, costruire comunione, camminare accanto agli ultimi (cfr. par.2);

3. avere un cuore senza confini (cfr. par.3);

4. avere un senso profondo della propria identità e manifestarla in maniera assertiva (cfr. par.3);

5. essere capace di una visione e sognare anche per quelli che non sono ancora in grado di farlo; qui il sogno è quello di una società fraterna (cfr. par.4);

6. avere un forte senso della tradizione ed iscriverla in scenari ampi di riflessione, perché questo molto non si perda, anzi sia reso più duraturo e comprensibile (cfr. par.5);

7. vivere in atteggiamento di umiltà, virtù apicale del leader magnanimo, che desidera abbracciare e servire tutti i fratelli e le sorelle della nostra umanità ferita (cfr. lo stile dei parr.7-8).

Buona lettura, lunga (almeno) un anno, a tutti!

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