Il 2020 è stato a tutti gli effetti un anno biblico, tra violenze, catastrofi e risurrezioni. Per questo arriva puntuale l'enciclica di papa Francesco "Fratres Omnes", un ponte fra la Bibbia e la modernità che ha due interlocutori principali: gli Stati Uniti da una parte, il Medio Oriente e la pace fra Israele e Palestina dall'altra. L'analisi del think tank Egic (Euro-Gulf information centre) per Formiche.net

Pochi sarebbero in disaccordo sul fatto che il 2020 abbia preso spunto direttamente dalla Bibbia: gli incendi imperversano e le violenze divampano, mentre una pandemia globale continua a strangolare le sue vittime e paralizzare intere comunità. In mezzo a tanta incertezza, dobbiamo ricalibrare la nostra bussola morale in modo da non spingerci troppo in là verso gli estremismi. È questo che rende così importante l’enciclica sulla fratellanza e l’amicizia sociale di papa Francesco, Fratres Omnes, firmata il 1 ottobre 2020 ad Assisi. Non è semplicemente una lettera del papa che guida la Chiesa tramite la sua rete di vescovi, è un appello all’umanità in questa ora di pericolo universale. È un tentativo di fermare le crisi a cascata che ci affliggono tutti.

Tecnicamente, il documento è suddiviso in otto sezioni che coprono una varietà di temi. Di queste, tre risaltano in particolare: la prima, “Le ombre di un mondo chiuso”; la quinta, “La migliore politica”, e l’ottava, “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”. Da notare la progressione: dal negativo al normativo, fino ai veicoli della solidarietà, e le religioni, in chiusura. È interessante notare l’assenza della Chiesa da questa sezione conclusiva; papa Francesco chiama tutte le religioni del mondo a unire le forze nel reiterare i loro valori fondamentali di pace e tolleranza.

Fratres Omnes non è solo una novità, è già radicata nel “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivnenza comune” che papa Francesco ha firmato con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyeb, durante la sua visita negli Emirati Arabi Uniti nel Febbraio 2019. L’enciclica rifiuta il nazionalismo, il populismo e i confini chiusi, e condanna il globalismo finanziario e il consumismo come fonti di potere transnazionale, che indeboliscono le comunità locali tramite il divide et impera. Auspica una ristrutturazione delle relazioni internazionali basata su un’etica globale di solidarietà e cooperazione, attraverso la riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e una nuova visione politica di lungo corso. In altre parole, l’enciclica è una proclamazione socio-politica ed economica che cerca di cambiare il mondo di oggi attingendo alla politica di oggi, in contrasto con spinte religiose precedenti che miravano a riportare l’umanità nel futuro.

Curiosamente, l’enciclica ha due obiettivi: il mondo arabo e gli Stati Uniti. Perciò non dovrebbero sorprendere gli espliciti richiami al documento cattolico-islamista controfirmato dall’imam Al-Tayyeb e papa Francesco. Ciò che più importa, però, è che essa rappresenta una menzione al processo di normalizzazione arabo-israeliano, che molti in Europa hanno erroneamente degradato a stunt pubblicitario di Donald Trump. Tralasciando l’assenza di lucidità politica in Europa nel cogliere l’importanza della normalizzazione tra Emirati, Bahrein e Israele, è confortante rilevare che almeno il Vaticano ne veda l’andamento e capisca che il lavoro per la pace e la stabilità non è confinato a “carote e bastoni”, propri della diplomazia e della politica, ma riflette una struttura culturale-religiosa di dialogo più ampia. Il Vaticano ha un ruolo nel promuovere progressi nell’ambito della pace arabo-israeliana ed è probabile che papa Francesco, in tal senso, aprirà un nuovo capitolo nel dialogo cristiano-ebraico-islamico.

Ciononostante, l’enciclica è anche eclissata dalle tensioni diplomatiche molto reali che sono esplose tra il Vaticano e gli Stati Uniti a seguito delle critiche del segretario di stato americano Mike Pompeo alla Santa Sede per aver rinnovato il suo accordo per le nomine dei vescovi con la Cina. Ciò ha portato al rifiuto da parte del papa di incontrare Pompeo a Roma il 30 settembre. In superficie, quello rappresenta il nocciolo della crisi tra Vaticano e Usa. In realtà la crisi è più profonda, e l’enciclica rifiuta la maggior parte dei concetti prioritari dell’amministrazione Trump; esattamente come la maggior parte degli americani rabbrividirebbero all’idea di mischiare stato e Chiesa, avendo lottato duramente per separarli e costruire la loro repubblica.

Per il meglio o per il peggio, in questo tempo di grande incertezza e crescente mancanza di fiducia tra le persone, gli Stati e addirittura noi stessi, è importante trovare centri di gravità. L’enciclica di papa Francesco è un’ancora e potrebbe produrre lo slancio necessario per attraversare la lunga crisi del 2020, prima che i proverbiali diluvi vengano e ci sommergano del tutto.

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