[…] Grazie a un mix di liberismo e protezionismo, abilmente gestito a livello centrale dall’onnipotente Partito Comunista, la Cina è divenuta la prima potenza esportatrice al mondo, davanti a Usa e Germania, e registra il maggiore avanzo commerciale (420 miliardi di dollari nel 2019, ma aveva sfiorato quota 600 nel 2015). Al contrario, gli Usa hanno il peggior disavanzo commerciale, che supera i 600 miliardi annui: la bilancia era più o meno in equilibrio fino agli anni ’90, quando, in concomitanza con la nuova ondata di globalizzazione commerciale, è entrata decisamente in terreno negativo, precipitando nel nuovo secolo dopo l’ingresso della Cina nel Wto.

Ciò è stato aiutato dalla strategia monetaria cinese, che prevede di fare costante incetta di dollari sul mercato valutario così da mantenere sottovalutata la propria moneta, lo yuan. Malgrado, dietro le insistenti pressioni estere, sia passato dal cambiarsi a 8,28 col dollaro nel 1994 a circa 7 oggigiorno, lo yuan rimane una moneta deprezzata, cosa che permette ai prodotti cinesi di essere ancora più competitivi sui mercati internazionali (lo svantaggio è un minore potere d’acquisto ed ergo qualità della vita per i cittadini cinesi, ma si tratta di un sacrificio che il regime comunista è evidentemente disposto a sopportare).

Con questo surplus di dollari derivante dall’avanzo commerciale e dall’acquisto di valuta Pechino si è premurata di finanziare il deficit americano facendo incetta di titoli di debito pubblico: oggi ne detiene per oltre 1000 miliardi.

Gli Usa possono perciò pagare interessi più bassi sul loro debito, e i propri consumatori trovano negli scaffali dei supermercati prodotti di fabbricazione cinese a costi particolarmente competitivi.

Le multinazionali americane sono le più felici, perché hanno potuto aprire succursali e spostare stabilimenti in Cina. Qui l’imposta sulle società è del 25%, ossia meno che in India, Brasile o Messico, e meno anche che negli Stati Uniti prima del taglio delle tasse varato da Trump e dal Congresso repubblicano nel 2017 (che l’ha portata dal 35% al 21%).

La manodopera cinese è numerosa, variegata (non mancano scienziati e tecnici di prima categoria) e poco protetta dalla legge: su salari e condizioni di lavoro le aziende possono spadroneggiare liberamente. I massicci investimenti statali degli ultimi decenni garantiscono la presenza di infrastrutture logistiche di prima qualità: porti di livello mondiale, treni ad alta velocità e via dicendo.

Quindi, dove sta il rovescio della medaglia?

La delocalizzazione della produzione dall’America alla Cina ha lasciato a spasso milioni di lavoratori e depresso intere aree urbane. Negli Usa, secondo uno studio pubblicato dal “Journal of Labor Economics”, solo nel primo decennio del XXI secolo 2-2,5 milioni di posti di lavoro sono stati persi a causa della competizione cinese. Lo spostamento di sedi sociali ha sottratto risorse fiscali.

La tecnologia americana è trasferita alla Cina, che infatti sta facendo passi da gigante e persino sopravanzando gli Usa in certi settori: pensiamo allo sviluppo del 5G, rispetto al quale Huawei è all’avanguardia. Proprio nel maggio di quest’anno il Presidente cinese, Xi Jinping, ha annunciato un piano sessennale per investire 1400 miliardi di dollari nello sviluppo tecnologico, in particolare dell’Intelligenza Artificiale e dell’Internet delle Cose.

Queste tecnologie trovano applicazione anche in campo militare, in particolare nella nuova Forza di Supporto Strategico che si occupa di guerra cibernetica, spaziale ed elettronica. Ormai seconda solo agli Usa per spesa militare, la Cina sta ammodernando la macchina bellica sotto ogni punto di vista.

Per la sua aviazione produce velivoli indigeni, inclusi il caccia multiruolo J-10 e quello di quinta generazione J-20, terzo modello al mondo (e primo non statunitense) a impiegare tecnologia stealth (si crede, del resto, che questi due velivoli siano basati sui corrispettivi americani, i cui segreti sono in qualche modo riusciti a carpire gli ingegneri cinesi). Ancora più impressionante è stata la costruzione, quasi da zero, d’una flotta d’alto mare, che oggi è la più ampia al mondo per numero di mezzi e include anche due portaerei e due navi d’assalto anfibio, oltre a sottomarini nucleari capaci di lanciare missili balistici intercontinentali.

La Repubblica Popolare, che non si è mai impegnata come Mosca e Washington nella riduzione dell’arsenale missilistico, vi ha anzi investito pesantemente, introducendo anche i primi missili ipersonici (che, viaggiando a metà strada tra i missili tradizionali e quelli balistici, sono difficili da intercettare). Tra questi, a inquietare particolarmente gli Americani sono i nuovi DF-100, che hanno una gittata d’oltre 2000 km e sono disegnati per colpire le portaerei nemiche.

Non c’è dubbio che gli Usa mantengano la supremazia militare, ma la Cina sta recuperando terreno in tempi record. Finora ha mantenuto una postura strategico-diplomatica molto cauta e conservativa, evitando qualsiasi impegno militare fuori dai propri confini (l’ultimo fu l’invasione del Vietnam quarant’anni fa): ma Pechino ha già mostrato assertività nelle regioni più prossime e vitali, come il Mar Cinese Meridionale e quello Orientale.

Essi rappresentano le sue fondamentali vie di collegamento col mondo esterno (per quanto stia implementando le infrastrutture viarie continentali, sempre nell’ambito del programma “One Belt One Road”), ma non sono propriamente aperti verso gli oceani, poiché semi-chiusi da una lunga teoria di isole e arcipelaghi in mano ad altri Stati (Vietnam, Taiwan, Filippine e Giappone). La previsione è che, man mano che la Cina comunista si farà prospera e potente, la sua politica diventerà sempre più assertiva e, se necessario, aggressiva. […]

 

Estratto del libro di Stefano Graziosi e Daniele Scalea, “Trump contro tutti. L’America (e l’Occidente) al bivio” (Historica Edizioni)

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