Il vicepresidente uscente Mike Pence nel dibattito contro Harris non si gioca solo la rielezione, ma anche la possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2024. L'analisi di Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University

Per ora, neanche la malattia del presidente Donald Trump sembra avergli conquistato nuove simpatie. In altre parole, il paese non si è stretto intorno al presidente malato. Nel contesto degli ultimi quattro anni, la cosa non sorprende. Invece di esprimere la solidarietà in genere riservata a chiunque combatte un’infezione potenzialmente mortale, l’approccio riservato al presidente in carica dalla grande maggioranza dei Media non è cambiato. Negli ultimi giorni, social media e network televisivi hanno parlato di un ipotetico insabbiamento cospiratorio sulle sue reali condizioni di salute, di una resa dei conti cosmica per i suoi peccati, oppure ancora della fine ironica della sua campagna elettorale. Tanto meno sono significativamente cambiati i dati offerti dai sondaggi relativi a quella manciata di stati dall’assetto politico così incerto da rendere difficile qualsiasi previsione. Anzi, sotto questo punto di vista, vale la pena di notare come, caratterizzandosi per un margine di errore dell’ordine del 3,5 per cento, anche questi ultimi sondaggi sono sempre in grado di produrre un errore complessivo pari a 7 punti. Ne consegue che tanto una vittoria a valanga dell’ex vicepresidente Joe Biden quanto una vittoria di strettissima misura del presidente in carica sembrano ancora probabili.

Di certo è che il notevole flusso di eventi che ha contraddistinto le ultime settimane non ci sono ragioni per credere possa improvvisamente rarefarsi. Ottobre è solo all’inizio, e diverse altre prevedibili sorprese sembrano dietro l’angolo, a cominciare da quelle che potrebbero riservare le udienze di conferma della nomina del nuovo giudice di Corte Suprema nominato da Trump, per poi continuare con gli esiti dell’inchiesta relativa all’avvio delle indagini riguardanti la presunta collusione tra i russi e Trump durante la campagna elettorale del 2016.

Altrettanto certo è poi il maggior interesse da ultimo riservato all’ormai imminente dibattitto televisivo tra il vicepresidente Mike Pence e la senatrice Kamala Harris, perché la malattia di Trump ha avuto anche l’effetto di porre in primo piano gli interrogativi riguardanti l’età avanzata e le condizioni di salute del suo sfidante. Il secondo dibattito di questo ciclo elettorale, e l’unico riservato ai candidati alla vicepresidenza, dovrebbe distinguersi per un andamento molto più misurato nei toni e molto più ricco nei contenuti di quello della scorsa settimana. Da notare che Pence, in queste occasioni, si è sempre dimostrato più che abile. A volte ha anche esibito un buon senso dell’umorismo, come quando nel 2007 giustificò il suo appoggio all’aumento annuale automatico del suo stipendio e di quello degli altri membri del Congresso con le parole “I fear Mrs. Pence more than I fear voters”. Il suo stile, umile e ragionevole, è assolutamente simmetrico a quello del suo presidente. Nell’equivalente dibattito del 2016, Pence ha superato il suo rivale, il senatore Tim Kaine, proiettando un’aria di blanda e cauta inoffensività. La sua strategia principale è strettamente difensiva. In genere, si risolve nell’usare un sacco di parole per non dire molto, allo scopo soprattutto di perdere tempo. Pence, infine, ha molto più da perdere in questo dibattito di quanto non abbia Harris, perché l’intero suo futuro politico, compresa una sua eventuale candidatura alla Casa Bianca nel 2024, dipende anche dall’esito di questo dibattito.

Nonostante la sua meritata reputazione di forte procuratore, in questo così particolare settore Harris non ha un’esperienza che gli permetta di giocare alla pari con il vicepresidente ed ex rappresentante ed ex governatore dell’Indiana. Anzi, il bilancio complessivo della sua partecipazione alla lunga serie di dibattiti televisivi previsti nell’ambito delle primarie democratiche, è tutt’altro che positivo, e non poco ha contribuito al suo ritiro dalla competizione elettorale, nei primi di dicembre dello scorso anno, in un momento nel quale la sua candidatura non superava il tre per cento. Di lei si ricordano i violenti attacchi lanciati proprio contro l’ex vicepresidente Biden, e la sonora batosta cui è andata incontro per mano della rappresentante delle Hawaii Tulsi Gabbard. Tipico del suo stile è una costante, rigida, imperturbabilità che sembra molto più efficace all’interno di un’aula di un tribunale che in quello che in fondo è pur sempre uno studio televisivo. Come già fatto da Biden, è molto probabile che Harris s’impegnerà soprattutto nell’attaccare il bilancio dell’amministrazione Trump, piuttosto che nel definire e promuovere il proprio programma elettorale, correndo così il rischio di esagerare nei suoi attacchi. Del resto, nell’aprile del 2018, a chi gli chiedeva con chi si sarebbe voluta trovare bloccata in un ascensore, dovendo scegliere tra Trump, Biden oppure l’allora ministro della giustizia Jeff Session, Harris rispose “Does one of us have to come out alive?”.

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