Intelligence e attività informativa di pubblica sicurezza devono essere ancora più integrate. L’ampiezza del teatro operativo rende oramai indispensabile il coinvolgimento della polizia locale nella raccolta di informazioni necessarie alla prevenzione dei fenomeni criminali e terroristici. Il commento di Andrea Monti, docente di Diritto dell’Ordine e della sicurezza pubblica, Università di Chieti-Pescara

La decapitazione del docente francese “decisa” come punizione per avere mostrato in classe le “vignette blasfeme” di Charlie Hebdo pone ancora una volta il tema del limite oltre il quale esercitare il diritto alla libertà di espressione, implica costringere lo Stato e i cittadini a sopportare le conseguenze di una scelta individuale (nel caso di specie, quella dei redattori del periodico satirico).

NON SOLO SICUREZZA NAZIONALE

Non si tratta però, come già rilevato su Formiche.net di una “semplice” contrapposizione fra libertà di pensiero e (auto)censura. Scendendo, infatti, dall’Empireo dei princìpi al pragmatismo della realtà, ci si rende conto che le scelte “a prescindere” á la Charlie Hebdo non mettono a rischio solo la sicurezza nazionale ma anche — e soprattutto— la pubblica sicurezza. E dimostrano, ancora una volta, che questi due aspetti, la tutela degli interessi dello Stato garantita dai Servizi e quella della peace of the land compito delle forze di polizia non possono più essere disgiunti.

Quello francese costituisce un utile caso di studio per alcune riflessioni sull’attuale condizione italiana del rapporto fra tutela della sicurezza nazionale e prevenzione di polizia.

LE CRITICITÀ DELL’ASSETTO ITALIANO

Ad oggi lo scambio di informazioni fra le strutture che operano per la sicurezza dello Stato e quelle che invece si occupano di pubblica sicurezza e controllo del territorio non procede sempre fluidamente. È vero che nei Servizi militano appartenenti ai ranghi delle forze di polizia e dell’Arma, però è anche vero che quando “cambiano casacca” questi operatori perdono lo satus di provenienza e operano, giustamente, secondo logiche diverse da quelle della loro vita precedente. Tradotto: non necessariamente determinate informazioni vengono comunicate alle strutture territoriali di contrasto e prevenzione della criminalità (anche) terroristica. Parallelamente, è altrettanto vero che non sempre le attività di presidio del territorio da parte delle forze di polizia producono informazioni azionabili per le strutture di intelligence. Questo si traduce in una minore efficacia della raccolta di informazioni a scopo preventivo.

Nello stesso tempo, la risposta ad attacchi terroristici è affidata a unità di first responder  (Api-Sos, Uopi, Atpi) che però non hanno una capillarità sufficiente a garantire un intervento tempestivo in contesti geograficamente decentrati e non necessariamente vengono coinvolti in eventi di criminalità comune.

UN NUOVO RUOLO PER LA POLIZIA LOCALE?

Entrambi questi aspetti problematici lasciano un vuoto che può essere colmato — per quanto la prospettiva possa suscitare perplessità — solo dalle forze di polizia locale. La crescente attribuzione di poteri di pubblica sicurezza alla polizia locale, pur non sempre coerente dal punto di vista normativo, la ha resa a tutti gli effetti un componente strutturale del sistema di controllo del territorio anche, e soprattutto, dal punto di vista della raccolta informativa.

Se, dunque, per fatti concludenti (come dimostra anche l’ampliamento dei poteri di pubblica sicurezza dei sindaci contenuta nel Dpcm annunciato il 18 ottobre 2020) la volontà politica è quella di un ulteriore decentramento delle funzioni di pubblica sicurezza verso gli enti locali, la conseguenza necessaria sarebbe innanzi tutto la professionalizzazione specifica degli appartenenti, sia in termini di capacità operative, sia — e soprattutto — in termini di capacità ricognitive.

È chiaro che non sarebbe pensabile trasformare le strutture di polizia locale in reparti operativi o strutture di intelligence. Nello stesso tempo, però, e senza dover emanare leggi ad hoc non sarebbe impossibile pensare all’adozione di protocolli addestrativi che trasferiscano agli operanti le competenze necessarie, in primo luogo, alla rilevazione anticipata di potenziali criticità e in secondo luogo a una migliore integrazione con i reparti specializzati delle forze di polizia.

CONCLUSIONI

La perdita di centralità dei grandi aggregati urbani come bersaglio preferito da parte di organizzazioni terroristiche implica la crescente possibilità che singoli individui (pur dotati di una rete di supporto quantomeno logistico) siano facilitati nei loro progetti criminali dai maggiori tempi di reazione delle forze di polizia e dei loro reparti speciali.

La polizia locale rappresenta una riserva di personale che, se adeguatamente formata, potrebbe contribuire sia alle attività di prevenzione, tramite una diffusa attività informativa resa possibile dalla quotidiana presenza sul territorio, sia al contenimento di azioni violente, in attesa dell’arrivo dei reparti specializzati.

Non è necessario emanare nuove leggi, dal momento che l’attuale assetto normativo già consentirebbe un sensibile incremento delle capacità operative della polizia locale.

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