Un obiettivo di alto profilo, che affida all’ Unione Politica una sovranità condivisa su poche materie di carattere strategico, farà dell’Europa un nuovo punto di forza e di attrazione, come lo è stata la prima Comunità Economica del 57

di Carmelo Cedrone e Myrianne Coen

Da 1992 l’Unione Europea piace sempre di meno ai cittadini. Tra le altre, c’è una cosa importante, spesso sottovalutata, che molti di loro non condividono: il fatto che l’Unione Europea cede sempre più poteri sulla loro vita a forze esterne, che poi non riesce più a governare.

COSA DISTRUGGE L’IDEA DI EUROPA

La vulnerabilità e i paradisi fiscali. Negli anni cinquanta, per stare insieme, è stato messo in comune il carbone e l’acciaio, all’epoca perno dello sviluppo economico. Negli ultimi tempi, invece, l’Europa ha “delegato” questioni molto importanti, come la sicurezza energetica, industriale ed informatica, a grandi gruppi economici privati, cadendo così nelle loro mani ed in quelle di potenze economiche straniere, aumentando a dismisura la sua vulnerabilità. Una situazione insostenibile. Perciò servirebbe correre ai ripari in fretta. La Corte Europea se n’è occupata, ha emesso una sentenza di recente, che vieta la cessione di dati personali all’estero, ma sarà una battaglia ancora dura. Un’altra cosa che non piace al cittadino europeo: mentre lui si impoverisce e paga in tasse la metà dei suoi guadagni, vede ingenti quantità di ricchezza accumularsi sempre più in poche mani, spesso vicino al potere politico, ai margini o al di fuori dalla legge. Ricchezze che spesso si rifugiano nei paradisi fiscali dove divengono intoccabili, senza poter essere confiscate.

Le disuguaglianze. Le conseguenze più gravi di tutto ciò si ripercuotono all’interno dell’eurozona che, con la crisi precedente, ha visto aumentare, nell’indifferenza dei più, le disuguaglianze tra i paesi e le persone. La stessa cosa succederà con la pandemia attuale, senza provvedimenti più veloci e più adeguati di quelli sinora annunciati. Infatti servirebbe, per prima cosa, una “assicurazione europea” comune contro la disoccupazione, che rappresenterebbe un passo avanti significativo rispetto al programma Sure. Inoltre lo squilibrio e lo scarto attuale tra i poteri economici, se durasse ancora a lungo, si potrebbe rivelare letale per l’indipendenza degli Stati e per la coesione sociale. All’opposto, una ragionevole coesione sociale, basata su politiche comuni, è fondamentale per la creazione e la salvaguardia della democrazia dell’Unione. Una coesione che non riguarda solo le condizioni interne di ogni paese o alcuni di questi, ma l’insieme delle varie regioni europee. Ad esempio, non si dovrebbe più tollerare un salario minimo che diverga più del 30% tra i paesi più ricchi e quelli più poveri, né uno stipendio medio che diverga più del 50% tra le diverse regioni europee. Questo obiettivo è possibile se si adottano politiche economiche e sociali “comuni”, rivolte a ridurre gli squilibri dell’eurozona e verso gli altri paesi, non il contrario, com’è stato sinora.

La crisi della giustizia e la legalità. Un altro aspetto che aggrava la situazione di impotenza dell’Unione è la crisi della giustizia, che non viene più percepita come tale in molti paesi dell’Unione. Questo vale ancora di più per i diritti fondamentali, minacciati o venuti meno all’interno di alcuni paesi. Una situazione inaccettabile, che rende i cittadini più vulnerabili e soggetti alle sirene di chi promette un po’ di benessere e di sicurezza in più. Naturalmente, anche se tutti non sono d’accordo, l’Europa non potrà mai prescindere dai suoi cittadini, né mettersi “contro” di loro, a meno di distruggere la carta dei diritti fondamentali e di rimpiazzarla con un big brother, stile di “1984” di Orwell, a colpi di 5G. E non stiamo affatto esagerando. Ci siamo vicini. Non ci si dovrà allora meravigliare se ci saranno rivolte o violenze sulle strade, di cui alcuni sicuramente approfitteranno, fomentandole. L’Unione deve impedirlo ed assicurare la legalità, necessaria per garantire le libertà, un benessere equo e la sicurezza di tutti. Sono orizzonti dai quali molte democrazie si sono allontanate negli ultimi trent’anni. Una tale azione cambierebbe senza dubbio l’opinione dei cittadini sul processo di costruzione europea, che dovrebbe avere come condizione non solo una buona “governance” comune, ma una condivisione di obiettivi che permettano di definire regole comuni, come non sta più avvenendo da tempo.

Il riciclaggio di denaro sporco.   Distrugge l’idea di Unione il comportamento dei paesi che chiudono gli occhi sul riciclaggio di denaro sporco, per capitalizzare le imprese che danno lavoro ai loro connazionali, mentre la malavita si muove liberamente ed esporta illegalità e corruzione in tutta l’Europa. Dato che nella lotta alla criminalità l’Italia fa la sua parte, le organizzazioni criminali hanno spostato il loro cuore finanziario nei paesi dell’Europa del Nord, più accondiscendenti, col rischio che le varie “mafie” prendano il controllo anche delle istituzioni europee, ammesso che non l’abbiano già fatto, come dimostra l’aumento delle indagini sulle frodi contro gli interessi della Ue e non solo. I cittadini non potranno mai accettare una sicurezza al ribasso nell’indifferenza dell’Ue com’è avvenuto per molto tempo.

Le differenze. Inoltre distrugge l’idea di Europa la possibilità per ogni paese di tassare diversamente, con forti differenze, non solo le multinazionali ma anche i capitali e i redditi di imprese e cittadini. Distrugge l’idea di Europa il fatto che in alcuni paesi l’età pensionabile arriva a meno di sessant’anni, mentre in altri quasi ai settanta, con grandi differenze sugli assegni percepiti nei diversi paesi. Ciò distrugge il senso di appartenenza comune e la percezione dell’uguaglianza tra cittadini europei. Piuttosto che insistere, da parte della CE o, peggio, di qualche paese, sul controllo della compatibilità della spesa pensionistica, come avviene, ad esempio, per l’Italia e non solo, si dovrebbe lavorare ad un accordo europeo che permetta ai cittadini di scegliere l’età della pensione all’interno di una “forbice” ragionevole, comune a tutti i paesi della Ue, con un adeguamento progressivo degli assegni percepiti. Ciò faciliterebbe una redistribuzione della ricchezza, partendo dall’eurozona che aiuterebbe la riduzione degli squilibri e delle distorsioni causate dai suoi limiti e rigidità attuali, favorendo un rafforzamento della domanda aggregata. Non si tratta di sogni, ma di ridare senso e spazio all’equità in Europa ed alla vita dei cittadini, tenendo conto certo anche dei bilanci dei paesi, per arrivare ad un vero bilancio comune, a partire dall’eurozona, l’unico strumento per superare squilibri e disuguaglianze.

La mancanza di solidarietà. Altro problema, emerso anche di recente. è quello della debolezza o della mancanza di solidarietà tra gli europei. Un valore che andrebbe recuperato e attuato, secondo lo spirito ed i principi del Trattato, per evitare di andare indietro, non avanti. Basti ricordare l’esempio eclatante che si è verificato nella fase iniziale del Corona Virus, quando la crisi ha colpito per primo l’Italia, a febbraio di quest’anno. L’Europa è rimasta inerte. Perché Commissione Europea e Stati Membri sono stati indifferenti? Forse perché alcuni non vedevano il problema, o non volevano vederlo, pensando che riguardasse solo l’Italia? Ma proprio qui sta il punto. Se si ripercorrono gli avvenimenti di quei giorni, le dichiarazioni della Presidente della CE e/o della Bce, c’è da rimanere allibiti e vien da domandarsi come mai ciò sia potuto accadere. Queste cose non si dimenticano facilmente anche dopo il capovolgimento del fronte o dopo le scuse, che hanno aperto comunque una nuova strada. Tali errori madornali, forse anche volontari, sono difficili da perdonare per i cittadini. La sicurezza e la salute sono beni primordiali che ci si aspetta vengano tutelati dalle autorità pubbliche sia nazionali che europee. I cittadini non potranno mai accettare una sicurezza al ribasso, nell’indifferenza dell’Unione, come è avvenuto per molto tempo.

L’immigrazione. Anche per l’immigrazione è la stessa cosa. Il rifiuto di più paesi a condividere le responsabilità ed i rischi che comporta, almeno com’è stata gestita sinora, ha dimostrato quanto i cittadini siano pronti a barattare alcuni principi in cambio di un miglioramento, anche solo apparente, della loro sicurezza. Una questione epocale e vitale per l’Ue non può essere più gestito con tale approssimazione. Infatti ancora manca un approccio giusto ed equo, nemmeno con le ultime proposte della CE. Nemmeno i sistemi formativi sono riusciti sinora a fare meglio.

COSA CREA L’EUROPA 

Piano per la ripresa e Progetti europei. Se guardiamo questo periodo, dopo l’approvazione del Piano per la Ripresa (Next Generation Eu), notiamo che il Consiglio Europeo e la Commissione sono stati e sono molto impegnati nella ripartizione e l’uso delle risorse. Risorse ingenti, “per il rilancio” dell’economia europea. Curiosamente, il dibattito principale ha interessato più la loro distribuzione ed il loro controllo, che non gli obiettivi da realizzare nell’interesse comune. Certo, servono risorse finanziarie ingentissime, ma servono soprattutto progetti europei comuni, per avere risultati concreti e duraturi nell’interesse dell’Unione e dei suoi cittadini. Non è sufficiente annunciare la destinazione dei fondi, come la sanità o l’ambiente, perché potrebbero esserci altre priorità più urgenti, come ad esempio, il sostegno alle fasce più deboli, compreso l’accesso alla sanità, al cibo, all’istruzione, al lavoro. Oppure l’utilizzo per settori economici importanti ma in crisi, o per la lotta comune alle frodi alimentari ed alla criminalità, che utilizza risorse pubbliche a questo fine, contro la salute dei cittadini. Poi la lotta all’evasione fiscale che fa pesare su pochi il carico delle risorse pubbliche. Un sistema che dovrebbe, invece, essere più equo ed a carico di tutti. I fondi servirebbero inoltre per assicurare uno sviluppo più equo del territorio europeo, utilizzando al meglio le sue risorse naturali, sociali e culturali, non solo per le reti 5G, ma per le reti di trasporto più agevoli e sostenibili, sia per l’ambiente che per la coesione sociale, per la salute e la vita di ogni giorno.

Qualità della vita e partecipazione. Sembrano problemi secondari, in realtà sono i problemi centrali su cui si basa la qualità della vita quotidiana delle persone, quella che dovrebbe stare a cuore all’Unione ed ai governi. È questa la strada maestra per avvicinare i cittadini all’Europa. Vogliamo poi parlare di partecipazione? “I sudditi” non possono partecipare. I cittadini sì. Per partecipare servono cittadini responsabili e liberi dai bisogni primari. Il coronavirus è riuscito a limitare l’inquinamento, ma speriamo sia riuscito anche a ridare maggiore libertà ai lavoratori, a condizione di regolare su basi nuove tempo di lavoro e tempo libero, per dare più senso alla loro vita. Forse un accordo europeo in questo senso li aiuterebbe a guardare diversamente all’Unione, se arrivano le risposte giuste, anche per creare nuovo lavoro. Queste sono le urgenze per i cittadini.

Il cambiamento delle Istituzioni. Ma per fare questo neanche le istituzioni dell’Unione possono rimanere ferme. Devono essere ridisegnate in coerenza con il rispetto dei bisogni e dei diritti dei cittadini. Se prendiamo in considerazione territorio e popolazione, notiamo che la realtà odierna si struttura su base regionale, territoriale, come avveniva per l’unità familiare nel Medioevo. Abbiamo bisogno invece di una democrazia più ampia e partecipata, composta da diversi “soggetti e livelli istituzionali”, senza creare gerarchie tra paesi o tra cittadini. Limiti che andrebbero rimossi dopo 30 anni da Maastricht, in fretta, facendo leva sui paesi che condividono un progetto solidale e di alto profilo dell’Unione, fuori dalla logica del ricatto a cui oggi è ancora sottoposta. Su tale base, ci sarebbero le condizioni per un Unione Politica, per coloro che ne capiscono la valenza e la vogliono. Solo in questo caso l’Ue potrebbe riprendere il suo posto nel mondo, forte dei suoi 500 milioni di abitanti, un terzo della Cina ma il doppio degli Stati Uniti e tre volte quelli della Russia, un peso sufficiente per pesare su uno sviluppo pacifico ed equilibrato del pianeta, per tutti.

Qualcosa di eccezionale. L’Europa perciò non ha bisogno solo di provvedimenti immediati per far fronte alle conseguenze della pandemia. Non ha bisogno di ritocchi “cosmetici”, o di promesse roboanti, ma di qualcosa di eccezionale, di livello, adeguato alla gravità dei fatti. Un provvedimento che le permetta di “esistere” e di esercitare appieno il suo ruolo in ambito internazionale oltre che all’interno, su pochi temi di interesse comune. Un provvedimento straordinario che solo la politica può decidere, senza aspettare la Conferenza sul Futuro dell’Ue, dando a questa il compito di ridisegnarne l’assetto istituzionale. È l’unica strada che abbiamo per arginare il declino dell’Europa e farla tornare protagonista, com’è stato per secoli, del destino del mondo, su basi nuove, che rimetta l’uomo al centro di tutto.

TRE CRISI DA GESTIRE  

La Presidenza dell’Unione, assunta dalla Germania all’inizio del mese di luglio, si trova ormai di fronte a tre crisi da gestire: epidemico-sanitaria, economica ed istituzionale, ogni giorno sempre più gravi. Crisi che in realtà potrebbero rappresentare l’occasione per far fare all’Europa quel salto atteso da anni. È una sfida per la Germania ed altri paesi che, insieme all’opportunità, adesso ne ha anche la responsabilità. Una sfida vincibile, che richiede il coraggio delle scelte storiche, in grado di permettere all’insieme del sistema economico e sociale europeo di riprendere a funzionare in modo coerente con il perseguimento di obiettivi di sviluppo equo e sostenibile e di salvaguardia del lavoro e delle condizioni sociali, che la pandemia ha reso ancora più evidenti e necessari, che il Trattato aveva già previsto.

Aspettare ancora a dirlo e a farlo, è come mantenere una vocazione al suicidio. Per riuscirci occorre fiducia, visione e consenso, ma anche il coraggio della rottura e di agire senza indugi, se necessario.

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