L’ultimo confronto tv con Biden ha rivelato che, vero o falso che sia, Trump vuole apparire ai suoi, come nel 2016, un outsider. L’analisi di Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University

L’ultimo grande dibattito di quest’intero ciclo elettorale si è svolto alcuni giorni fa a Nashville, in Tennessee. Il presidente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden si sono affrontati una seconda volta e, di nuovo, hanno dimostrato come la loro strategia è di rivolgersi al proprio elettorato, più che agli elettori ancora incerti. In altre parole, tanto Biden quanto Trump continuano a credere che queste non siano elezioni da vincere al “centro”. Come già fatto qui su Formiche.net nel caso del precedente dibattito, l’evento si può esaminare da almeno tre punti di vista.

Chris Wallace, il moderatore del primo dibattito, si è detto invidioso per come Kristin Welker è riuscita a gestire la serata, e sicuramente quest’ultima se l’è cavata particolarmente bene. Tuttavia, neanche la sua prestazione è stata esente dalle stesse critiche di parzialità mosse nei confronti di Wallace e di Susan Page, la moderatrice del dibattito tra i candidati alla vicepresidenza. Welker ha interrotto Trump molto più spesso di quanto ha fatto con Biden. Inoltre, ha scelto e strutturato le sue domande in modo da mettere in difficoltà Trump ma non l’ex vicepresidente. Inoltre, in un evidente capovolgimento dei ruoli, Biden si è comportato da incumbent, mentre Trump da sfidante. Vero oppure falso che sia, agli occhi del suo pubblico, Trump è apparso ancora una volta così come vuole apparire: un outsider solo contro tutti.

Quanto ai contenuti, i momenti di maggiore interesse si sono verificati verso la fine del dibattito, quando pressato da Trump, Biden si è ritrovato a dichiarare la sua intenzione di porre fine all’industria del petrolio. Da sempre, l’industria del petrolio, insieme a quella del gas e del carbone, assicurando molti milioni di posti di lavoro, pesa in misura rilevante sulle dinamiche politiche statunitensi. Tuttavia, è tutt’altro che sicuro che l’apparente passo falso di Biden finirà con il nuocergli davvero in quegli stati la cui economia è strettamente legata all’industria degli idrocarburi e il cui voto sembra determinante ai fini della conquista della Casa Bianca, come la Pennsylvania. Questo perché per l’elettorato più giovane, e quindi per l’elettorato più numeroso, la lotta al cambiamento climatico è ormai una priorità assolutamente indiscutibile.

Quanto al resto, non ci sono dubbi che le preoccupazioni di quanti temevano il ripetersi dei toni d’altri tempi che hanno contraddistinto il precedente incontro si sono rivelate infondate. Il dibattito non ha neppure sfiorato l’aggressività di poche settimane fa, ma al tempo stesso, Biden e Trump, nel far del loro meglio per moderare la propria reciproca ostilità, non sono sembrati così spontanei da incidere profondamente.

Con tutta probabilità, dei tanti grandi dibattiti di una stagione elettorale iniziata l’estate dello scorso anno con la serie riservati ai candidati alle elezioni primarie del Partito democratico, l’unico che non sarà dimenticato sarà proprio quello di fine settembre, il primo tra Biden e Trump, l’unico nella recente storia statunitense nel quale i due candidati alla presidenza si sono coperti d’insulti. E varrà la pena ricordarlo perché, meglio di qualsiasi altra cosa, ha riflesso l’elevato grado di polarizzazione politica della società statunitense di questo periodo.

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