Trump ha annunciato che il Sudan verrà rimosso dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. In cambio Karthoum risarcirà le vittime degli attentati di al Qaeda nel 1998 e le loro famiglie. L’intesa spiana la strada alla normalizzazione dei rapporti tra lo Stato arabo-africano e Israele

Presto il Sudan verrà rimosso dalla lista del dipartimento di Stato americano dei Paesi sponsor del terrorismo, nella quale rimarranno soltanto Corea del Nord, Iran e Siria. Ad annunciarlo è stato il presidente statunitense Donald Trump, parlando su Twitter delle “ottime notizie” sugli sviluppi delle trattative con Karthoum, che da tempo chiede a Washington di rimuovere il Paese dalla lista nera. “Il nuovo governo del Sudan, che sta facendo grandi progressi, ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime e alle famiglie del terrorismo negli Stati Uniti”, ha scritto il presidente. “Una volta versati, rimuoverò il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Finalmente, giustizia per il popolo statunitense e grande passo per il Sudan!”, ha aggiunto. Il riferimento è alla decisione del governo di transizione democratica guidato dal premier Abdalla Hamdok di accettare di pagare un risarcimento per le vittime degli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania condotti dall’organizzazione Al Qaeda di Osama bin Laden mentre questi viveva proprio in Sudan.

GREAT news! New government of Sudan, which is making great progress, agreed to pay $335 MILLION to U.S. terror victims and families. Once deposited, I will lift Sudan from the State Sponsors of Terrorism list. At long last, JUSTICE for the American people and BIG step for Sudan!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) October 19, 2020

La mossa aprirebbe all’invio di prestiti internazionali e degli aiuti necessari al Sud per rilanciare la sua economia nell’attuale periodo di crisi, oltre che per alimentare gli sforzi del governo di Hamdok nella transizione democratico dopo la deposizione un anno fa del dittatore Omar Al Bashir, negli anni Novanta sostenitore e protettore di Al Qaeda (oggi in carcere, condannato per corruzione).

Si dovrebbe procedere così, come riporta Axios.com. Prima il trasferimento dei 335 milioni di dollari. Poi l’ordine esecutivo firmato dal presidente Trump per rimuovere il Sudan dalla black-list del dipartimento di Stato. Successivamente l’annuncio bipartisan da parte dei senatori statunitensi su un disegno di legge per proteggere il Sudan da future cause legali in America da parte delle vittime del terrorismo. Infine, l’invio da parte degli Stati Uniti di un pacchetto di aiuti umanitari, tra cui grano, medicine e petrolio, ma anche finanziari.

È stato proprio questo pacchetto a convincere il premier Hamdok a fare un passo in più: la normalizzazione delle relazioni con Israele, per la quale inizialmente avrebbe chiesto, secondo quanto rivelato dal New York Times, non meno di 3 miliardi di dollari in aiuti. L’annuncio di Trump, infatti, cade appena due settimane prima delle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre ma anche mentre l’amministrazione Trump lavora per convincere altri Paesi arabi, tra i quali lo stesso Sudan, a unirsi a Emirati Arabi Uniti e Bahrein nel riconoscimento di Israele. I cosiddetti Accordi di Abramo procedono a gonfie vele: in occasione della prima visita ufficiale di una delegazione di Abu Dhabi nello Stato ebraico, gli Emirati Arabi Uniti hanno presentato una richiesta ufficiale al ministro degli Esteri di Gerusalemme Gabi Ashkenazi per aprire un’ambasciata in Israele e i tre Paesi hanno creato assieme un fondo comune di investimento da oltre 3 miliardi di dollari con l’obiettivo di finanziare progetti che “promuovono la cooperazione economica regionale e la prosperità in Medio Oriente e oltre”.

Per il Sudan sarebbe una svolta storica. Basti pensare che proprio a Khartoum, dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967, la Lega Araba annunciò la sua risoluzione dei “tre no” contro la pace, i negoziati e il riconoscimento di Israele, dichiarazioni sotto la quale gli Stati arabi sono rimasti compatti fino alla visita a Gerusalemme, dieci anni più tardi, del presidente egiziano Anwar El Sadat.

A febbraio il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva incontrato in Uganda il generale Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Militare di Transizione e de facto capo di Stato del Sudan, grande sostenitore della normalizzazione. Un incontro favorito dagli Emirati Arabi Uniti. Pochi giorni dopo il Sudan ha aperto il suo spazio aereo ai velivoli commerciali israeliani. Ad agosto, a bordo del primo viaggio diretto ufficiale da Tel Aviv, il segretario di Stato americano Mike Pompeo era stato a Khartoum per parlare con il premier Hamdok sia della distensione con Israele sia della rimozione del Sudan della lista del terrorismo.

Mancano “pochi giorni”, scrivono i giornali statunitensi prima che il Sudan aderisca all’Accordo di Abramo. La normalizzazione dovrebbe iniziare con una telefonata tra i due leader sudanesi, Trump e Netanyahu.

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