Come cambierà la politica di difesa degli Stati Uniti dopo il voto del prossimo 3 novembre? Tra annunci di ritiri militari e negoziati in corso per il rinnovo dell’ultimo trattato sulle armi nucleari, la domanda supera i confini americani, si guadagna l’attenzione di mezzo mondo e si concentra sulla sfida tra Donald Trump e Joe Biden. Come di consueto, i temi della difesa non sono in cima all’agenda elettorale, collegandosi per lo più alla politica estera e ai rapporti internazionali. Eppure, di punti in sospeso ce ne sono parecchi.

UNA CERTEZZA: GREAT POWER COMPETITION

Oltre i toni e i colpi a sorpresa tipici del presidente Trump, sulla grand strategy sembra esserci un discreto allineamento. D’altra parte, già il progressivo ridimensionamento dal ruolo di “poliziotto del mondo” per Usa precede l’amministrazione Trump, affondando le radici in quella di Barack Obama. Allo stesso modo lo fa lo sguardo più attento alle dinamiche del Pacifico e alla sfida cinese: fu il presidente democratico a lanciare il “pivot to Asia”. Sulla stessa scia, anche Joe Biden, che non potrà sfuggire all’ormai acclarato ritorno della “great power competition”. Nonostante un’iniziale propensione alla ricerca di relazioni pacifiche (e commerciali) con Pechino, il candidato dem è arrivato a concordare con Trump sul fatto che la Cina rappresenti “la più grande sfida strategica agli Stati Uniti e ai nostri alleati”. Toni diversi nei confronti della Russia, per cui è Biden a conservare la linea più dura, soprattutto rispetto alle parole concilianti che Trump ha spesso usato per Vladimir Putin.

I RITIRI MILITARI

L’allineamento sulla grand strategy pare evidente anche in tema di ritiri militari. Donald Trump ne ha fatto un cavallo di battaglia già nella precedente campagna, ben rispolverato negli ultimi anni tra annunci che hanno toccato Siria, Afghanistan, Iraq, Africa centrale e persino la Germania, trovando negli ultimi mesi particolare vigore (qui l’ultimo). Ritiri che passano comunque dagli apparati della Difesa e del dipartimento di Stato, dal Pentagono e dai comandi, strutture che conservano la possibilità di dilatare tempi tra pianificazioni e attuazioni, dando ulteriore dimostrazione di un sistema che mantiene linearità di postura internazionale oltre le alternanze alla Casa Bianca. Resta assodato il trend di ridimensionamento della presenza americana da tanti teatri. Tra ragionamento strategico e fini elettorali, anche Biden ha sposato la stessa linea, spiegando a più riprese l’idea di riportare a casa tanti militari americani e ricordando che a Obama va attribuito il più cospicuo ritiro dall’Iraq. Tra l’altro, in caso di secondo mandato, non è da escludere che Trump perda d’impeto nel suo piano di ritiro.

LE ALLEANZE

Discorso leggermente diverso per l’Alleanza Atlantica. Poco dopo l’elezione del 2016, Trump la definì “obsoleta”, salvo poi rientrare nella tradizionale conferma dell’impegno americano per la Nato. Il presidente ha comunque rotto gli schemi, introducendo tonalità nuove nell’Alleanza e trasformando l’invito americano agli alleati per il burden sharing (sempre esistito) in vere e proprie strigliate sul 2% del Pil da destinare alla Difesa (nel 2018 il vertice a Bruxelles rischio di esplodere; più di recente Trump ha definito la Germania “delinquente” per gli scarsi investimenti nel settore). Pesa in questo la nota insofferenza trumpiana per i contesti multilaterali, che pare comunque aver contribuito al lancio della riflessione interna alla Nato su come adattarsi alle sfide future, nonché sull’aumento della spesa complessiva degli alleati. Biden ha promesso il ritorno a toni più tradizionali, parlando di “ricostruire la fiducia di alleati e partner nei confronti della leadership americana”. Anche il candidato democratico ha però evidenziato che la Nato deve adattarsi a “nuove sfide”.

I TRATTATI

L’approccio differente al multilateralismo amplia le distanze tra Trump e Biden sul tema dei trattati per il controllo degli armamenti nucleari (per non parlare dell’accordo sul nucleare dell’Iran, che il candidato democratico ha già chiarito di voler riportare in auge). È imputabile all’attuale amministrazione il ritiro nel 2018 dal trattato Inf con la Russia, che vietava il dispiegamento a terra di armi nucleari a medio raggio, e più recentemente dagli accordi Open Skies (con 34 Paesi) relativi ai voli di osservazione disarmati volti a costruire fiducia tra i membri. In entrambi i casi, la scelta Usa è stata attribuita alle violazioni di Mosca, sebbene di fondo ci sia l’interesse (su cui i russi tra l’altro convergono) a coinvolgere in nuovi accordi sul controllo degli armamenti anche la Cina.

VERSO IL RINNOVO DEL NEW START

La partita più sensibile riguarda il rinnovo del trattato New Start, ultimo baluardo del sistema di controllo che affonda le radici nella Guerra fredda. Scade il prossimo febbraio e c’è il rischio che salti il rinnovo (i negoziati mostrano più di qualche difficoltà). Sul tema Trump e Biden sono distanti. Quando il New Start fu siglato nel 2010, l’attuale candidato dem era vice presidente di Obama. Nella “2020 Democratic Party Platform” approvata dalla convention democratica ad agosto, si pone esplicitamente il rinnovo del New Start tra gli obiettivi. Invece, nella piattaforma repubblicana del 2016 (ripresa per la corsa attuale) il trattato veniva invece definito “troppo debole”. In più, Biden ha già fatto sapere di essere pronto a un rinnovo senza condizioni, mentre i negoziatori attuali che fanno riferimento a Trump hanno presentato una proposta che ne prevede di nuove, con l’inserimento di un riferimento al comune intento a inglobale anche la Cina (che comunque non sembra disponibile). Dall’ottica russa, il voto del 3 novembre sarà decisivo per i negoziati, e pure questo non agevola i colloqui in corso.

RISCHI PER IL BUDGET?

Entro i confini nazionali, l’attenzione maggiore riguarda l’impatto dell’esito del voto sul budget per la Difesa a stelle strisce. L’effetto Trump sul rialzo del bilancio militare rispetto agli anni della sequestration obamiana si è fatto sentire parecchio, con 700 miliardi nel 2018, 716 nel 2019 e 733 per quest’anno (la richiesta per il 2021 vede un leggero ridimensionamento). Biden ha criticato tale incremento costante, parlando di “abbandono della disciplina fiscale”, ma non ha mai detto di voler ridurre il budget della Difesa. Ha invece confermato l’idea espressa in tutti i documenti strategici degli ultimi anni: adattare lo strumento militare al nuovo confronto tra potenze. I riferimenti del candidato democratico sono stati per le nuove tecnologie come “cyber, spazio, sistemi autonomi e intelligenza artificiale”, con sottolineature anche per strumenti di soft power come diplomazia e potere economico. Da notare che il Pentagono ha rinnovato da tempo l’attenzione per le tecnologie disruptive, inaugurando l’anno scorso la Space Force e lanciando diversi programmi innovativi.

TRA EXPORT E NUCLEARE

L’elemento più rilevante sul tema del budget è che Biden dovrà in caso rispondere alla sinistra più radicale, tradizionalmente contraria alle spese per la difesa. Tale influenza politica si fa sentire su altri due aspetti: l’export di armamenti e la modernizzazione della triade nucleare. Sul fronte delle esportazioni, i democratici in Congresso hanno espresso più volte contrarietà alle vendite verso il Medio Oriente (recenti quelle per gli F-35 ad Emirati Arabi), con un occhio particolare all’Arabia Saudita per il coinvolgimento nella guerra in Yemen. Al contrario, già nel 2017, Trump siglava a Riad accordi in campo militare da 110 miliardi di dollari nell’ambito del riavvicinamento all’alleato dopo gli anni di insoddisfazione saudita per l’accordo con l’Iran.

Sul tema nucleare il peso della sinistra radicale rischia di essere ancora maggiore. Al Senato Biden si è opposto allo sviluppo della testata a bassa intensità W76-2, grande novità dell’arsenale americano e capace (secondo gli esperti) di spostare gli equilibri del confronto tra grandi potenze se abbinata agli sviluppi sul fronte dell’ipersonica. I repubblicani conservano l’obiettivo di modernizzare l’intero panorama di armamenti nucleari, un piano che difficilmente Biden potrà portare avanti.

Condividi tramite