Dall’”America First” di Donald J. Trump allo “Unite for a better future” di Joe Biden, quale sarà la strategia americana in Afghanistan, definito anche il cimitero degli Imperi? Si arriverà veramente ad un ritiro totale delle forze armate americane entro il prossimo anno o ci sarà una rimodulazione? Il commento di Simone Nella, analista ed arabista, già consigliere politico e culturale del Vice Comandate di Resolute Support (Rs)

Lo scrittore George Santayana soleva dire che “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla” e tale riferimento è tanto valido quanto attuale nella lunga guerra d’Afghanistan, Paese ricco di storia ma anche molto complesso.

Gli sforzi profusi dalla missione Nato Resolute Support nell’addestrare, consigliare e assistere le Forze Armati regolari afghane sono notevoli e senza sosta nel Paese ma è con l’apertura ai negoziati di pace con i Talebani che si cerca una pacificazione duratura tra i principali stakeholders. I Talebani, lo si voglia o meno, sono parte attiva della società in alcune aree e i negoziati hanno come prima cosa dato riconoscimento internazionale al movimento degli studenti coranici.

Ciò non vuol dire che la guerra è stata persa per l’Occidente, ma si stanno gettando le basi affinché si abbassi il livello di violenza nel Paese e non sia più terra per attacchi terroristici in Occidente. Nel settembre scorso si sono aperti per la prima volta i negoziati intra-afghani, tra Talebani e governo afghano, a Doha nel Qatar.

Già nel febbraio scorso gli americani avevano firmato un accordo sempre a Doha con i Talebani per il ritiro delle forze armate statunitensi entro il 2021. In cambio ai Talebani veniva chiesto di rompere i legami con i gruppi terroristici come al-Qaeda, autori degli attacchi dell’11 settembre. Ma la scia di attentati e morti nel mese di ottobre, e che solo in 24 ore ha registrato attacchi ribelli in 27 province, non fa prevedere nulla di buono.

Oltre ai Talebani, Isis e al Qaeda sono attive circa 20 organizzazioni terroristiche ed ognuna ha come principale obiettivo, l’uscita degli Usa e della Nato dal paese. Entro novembre il numero di soldati americani in Afghanistan scenderà a 4.500, poi a gennaio dovrebbe scendere a 2.500 ed infine il ritiro totale nel maggio dell’anno prossimo ma i comandanti americani in Afghanistan hanno sollevato obiezioni poiché non ci sono ancora le condizioni per il ritiro totale.

La presidenza di Joe Biden sarà improntata su un maggior multilateralismo, soprattutto con i partner della Nato, rispetto alla Presidenza di Trump. Ciò potrebbe far pensare ad evitare un’uscita frettolosa dal paese e scongiurare che scivoli in una guerra civile con conseguenze pericolose anche per l’occidente. Storicamente l’Afghanistan è considerato l’heartland asiatico e come tale terra di conquista per russi, cinesi, indiani e pakistani, tutti paesi dotati di arsenali nucleari.

A questi si aggiunge l’Iran, la cui influenza linguistico-culturale e non solo, soprattutto nell’ovest del Paese, è preponderante. La pluralità di attori esterni, ognuno con una propria agenda, rende difficili le negoziazioni in corso. Per la Nato, in una fase di crisi sanitaria, economica e sociale come quella che stiamo vivendo, una sua sconfitta non può essere contemplata nell’attuale consesso internazionale. Biden, con i suoi molti anni trascorsi alla Commissione Esteri del Senato e alla Vice Presidenza, questo lo sa molto bene.

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