Il dipartimento di Stato Usa smorza i toni unilaterali di Trump e indica la strada a Biden: mettere la libertà al primo posto e adottare la dottrina del contenimento, pensata nel 1947 per l’Urss, come strategia per affrontare la Cina. Una nuova guerra fredda all’orizzonte? E l’Italia…

Soltanto nel 2020, l’ultimo anno di presidenza di Donald Trump, l’amministrazione statunitense ha messo in piedi 159 provvedimenti legati alla Cina. Axios.com ha fatto i conti e la lista è lunga: va dall’abbandono dell’Organizzazione mondiale della sanità alle restrizioni ai giornalisti cinesi negli Stati Uniti, dalle sanzioni contro Huawei a quelle legate ai diritti umani e allo sfruttamento del lavoro forzato nello Xinjiang.

Un’eredità pesantissima per il futuro presidente, Joe Biden, chiamato a decidere i termini dell’eventuale re-engagement ma anche a valutare quali misure messe in piedi dal predecessore per contenere la minaccia cinese (a partire dagli executive order in ambito tecnologico) lasciare intatte. Diversi analisti suggeriscono che il futuro inquilino della Casa Bianca possa smorzare i toni, ma non la sostanza, rispetto al predecessore: anzi, c’è chi evidenzia che il confronto commerciale e tecnologico possa diventare anche ideologico.

IL LASCIATO DI POMPEO

Tra i lasciti ci sarà anche un documento dell’Office of Policy Planning del dipartimento di Stato guidato da Mike Pompeo in cui si delinea la risposta americana all’ascesa cinese come superpotenza autoritaria. Axios.com ha ottenuto una copia del dossier che verrà presto pubblicato dall’ufficio diretto da Peter Berkowitz: il titolo, The elements of the China challenge, trae ispirazione da un articolo pubblicato nel 1947 dal diplomatico statunitense George Kennan dal quale nacque la dottrina del contenimento come strategia da affrontare l’Unione sovietica durante la Guerra fredda.

Il documento di 74 pagine rappresenta una svolta rispetto al documento preparato l’anno scorso da Kiron Skinner, precedessore di Berkowitz. Il punto centrale è ideologico: un appello agli Stati Uniti affinché “tornino ai fondamentali” elaborando “politiche solide che siano al di sopra delle liti burocratiche e delle battaglie tra agenzie e trascendano i cicli elettorali a breve termine. L’obiettivo generale degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di garantire la libertà”, si legge nel dossier (in cui però mancano temi chiave come la politica industriale e quella tecnologica, come ha evidenziato Rush Doshi, direttore del Brookings China Strategy Initiative, citato da Axios.com).

I DIECI COMPITI

Il documento cita “dieci compiti” per gli Stati Uniti (dove, ormai, esiste un forte consenso bipartisan circa la minaccia cinese): promuovere il governo costituzionale e la società civile “a casa”; mantenere l’esercito più forte del mondo; rafforzare l’ordine internazionale basato su regole; rivalutare il sistema di alleanze; rafforzare il sistema di alleanze e creare nuove organizzazioni internazionali per promuovere la democrazia e i diritti umani; cooperare con la Cina quando possibile e limitare Pechino quando opportuno; educare gli americani alla sfida della Cina; formare una nuova generazione di dipendenti pubblici che capiscono la concorrenza tra le grandi potenze con la Cina; riformare il sistema educativo statunitense per aiutare gli studenti a comprendere la responsabilità della cittadinanza nell’era dell’informazione complessa; difendere i principi di libertà nelle parole e nei fatti.

CIÒ CHE MANCA

Come sottolinea Axios.com, il documento, pur enfatizzando valori come la libertà economica e la forza militare, rifiuta unilateralismo e isolazionismo professati da Trump (un aspetto che dimostra la volontà di continuità da parte del dipartimento di Stato). Inoltre, offre una lettura della competizione tra Stati Uniti e Cina come sfida tra civiltà o razza: “La Cina è una sfida a causa della sua condotta”, si legge nella prima pagina.

L’ATTENZIONE ALL’EUROPA

Le pagine 21 e 22 sono dedicate all’impegno cinese in Europa (in particolare nel settore dell’infrastrutture, 5G e nucleare su tutte).

“Il Partito comunista cinese ha visto l’inclusione di Atene” nel formato di dialogo 17+1 “come una vittoria, soprattutto considerando i notevoli investimenti della Cina nel porto del Pireo e il potenziale per un maggiore accesso derivante da altri investimenti nei porti e nelle ferrovie europee”.

E non poteva mancare un riferimento all’Italia, che rischia di ritrovarsi (ancora una volta) nel mezzo di una Guerra fredda: “Con un cenno simbolico all’antica Via della Seta che collegava gli imperi di Han e Roma, l’Italia è diventata recentemente il primo Paese del G7 a firmare un Memorandum d’intesa sulla Via della seta”.

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