Joe Biden corre verso la Casa Bianca. Ma alla Camera dovrà vedersela con la sinistra progressista, mentre Senato e Corte suprema sono in mano ai repubblicani. Una partenza in salita. L’analisi di Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University

Nonostante le molteplici sfide legali che dovrà superare, nonché il categorico rifiuto del presidente Donald Trump di concedere nella convinzione, probabilmente errata, che la Corte suprema si pronunci a suo favore, sembra ormai certo che sarà Joe Biden a giurare da quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Sotto questo punto di vista, ogni parallelo con le elezioni di vent’anni fa è fuori luogo. A differenza dell’ex vicepresidente Al Gore, Biden è arrivato a queste elezioni psicologicamente e materialmente preparato all’eventualità di doversi ritrovare a combattere una lunga battaglia legale.

Da parte sua, Trump sta tentando il possibile. Il presidente non può in alcun modo bloccare lo spoglio delle schede elettorali. Tanto per cominciare ha subito chiesto un nuovo conteggio dei voti del Wisconsin, cosa di cui ha senz’altro il diritto, posto che il margine percentuale che lo separa da Biden è inferiore al 2,5%, ma che non potrà aver luogo prima del 17 novembre, vale a dire del termine ultimo previsto per la revisione di routine dei voti. Nel complesso, il suo obiettivo è di rallentare possibilmente in più Stati il processo elettorale, in modo che non sia rispettata la scadenza dell’8 dicembre, giorno entro il quale deve ufficializzare l’esito del voto popolare ed evitare quindi che si proceda con il voto di quei 538 grandi elettori che ufficialmente eleggono a maggioranza semplice il presidente degli Stati Uniti.

Nelle prossime settimane, tutto ci si può aspettare tranne che Trump e i suoi uomini collaborino con Biden e il suo staff, al fine di favorire una veloce ed efficace transizione da un’amministrazione all’altra. Nel caso, il prossimo anno sarà un anno in buona parte perso per l’amministrazione Biden, tanto più che, in mancanza di quella grande affermazione che sembrava dietro l’angolo solo pochi giorni fa, per la prima volta dal 1989 il partito del nuovo presidente non avrà il controllo di tutti e due i rami del parlamento.

All’indomani del suo insediamento, Biden si troverà a dover fare i conti con un Senato in mano a un Mitch McConnell determinato a bloccargli ogni mossa, mentre alla Camera dovrà vedersela con una sinistra progressista sempre più impaziente e alla Corte suprema con la maggioranza più spiccatamente conservatrice degli ultimi decenni. In queste circostanze, la nuova amministrazione non sembra neppure in grado di riversare il taglio delle entrate fiscali deciso da Trump, per non parlare dell’attuazione di cose come la riforma del sistema sanitario oppure ancora di quel New Green Deal tanto caro alla sinistra del partito democratico.

Nell’impossibilità d’implementare anche gli aspetti più marginali della propria agenda senza dover raggiungere sempre nuovi e difficili compromessi con i repubblicani, la priorità più alta del presidente Biden non potrà non essere che quella di guadagnare tempo, eventualmente concentrandosi sulla politica estera, nella speranza di riuscire comunque a tenere insieme quella vasta ed eterogenea coalizione che gli ha aperto le porte della Casa Bianca e conquistare la maggioranza al Senato nelle elezioni di medio termine del 2022, cosa questa che si preannuncia tutt’altro che facile.

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