Ove avesse studiato Molière, Conte affronterebbe meglio i rapporti con il Cts, specialmente in un momento in cui pensa ai problemi immediati della sua tenuta e a quelli delle elezioni future che non potranno non avere riflessi sulla sua traballante maggioranza. Il commento di Giuseppe Pennisi

Al liceo classico “Pietro Giannone” di San Marco in Lamis, Giuseppe Conte ha seguito la sezione in cui si studiava l’inglese. Parla, però, anche un po’ di francese, pure se le trasmissioni in video dei suoi incontri con il presidente dei francesi Emmanuel Macron mostrano che tentenni non poco; tanto che il suo plurilingue interlocutore è subito passato alla lingua di Shakespeare. Il docente di letteratura italiana e comparata, insegnava solo cenni al resto del mondo e nessuno a Molière. Ciò spiega anche perché non ha gustato “Il malato immaginario” neanche nel film di Tonino Cervi con il grandissimo Alberto Sordi, che nel 1980 ebbe grande successo anche nella sala parrocchiale di San Marco in Lamis.

Basterebbe una semplice lettura di alcune opere del drammaturgo per imbattersi diverse volte nel personaggio del medico, che sembra essere direttamente preso di mira da parte dell’autore (basti pensare a “L’amore medico” del 1665 o al successivo “Il medico per forza” sino al già citato “Il malato immaginario”). Per esempio, nella prima commedia menzionata, Molière non si limitava a moltiplicare il numero dei medici (addirittura cinque) ma sembrava acquisizione definitiva che, dietro i nomi fittizi e “parlanti” dei personaggi, Molière satireggiasse celebri medici professionisti della Parigi di Luigi XIV, ognuno dei quali caratterizzato a suo modo in quanto differenti aspetti del potere.

La satira si manifesta nella rappresentazione, palesemente caricaturale, dell’atteggiamento dei medici in scena, i quali si esibiscono in duelli sulle reciproche conoscenze, assolutamente pomposi, proprio come sembra avvenga nel Comitato Tecnico Scientifico (Cts) Nazionale nominato per aiutare la politica a debellare la pandemia. Ancora Molière insiste sul medico come professionista che agisce solo in funzione dei propri interessi.

In generale, l’assiduità delle battute aspre e pungenti che Molière non lesina ai medici sembrerebbe tradire una forma di astio personale, al limite del maniacale, forse espressione della personale esperienza dell’autore (non si dimentichi la tubercolosi di cui soffrì il drammaturgo). Tuttavia, come afferma un importante studioso quale Sandro Bajini, la critica ai medici, di per sé, si potrebbe giustificare sullo sfondo della più ampia disamina delle illusioni umane, che rappresenterebbe la dimensione più profonda del teatro del commediografo. Un’attenta lettura delle scene in cui Molière inserisce la “maschera” del dottore porta alla conclusione che il drammaturgo non nutrì mai alcuna seria ostilità nei confronti dei medici. La stessa biografia dell’autore può risultare in questo senso illuminante: con monsieur Mauvillain, suo medico personale, Molière avrebbe intrattenuto rapporti quanto meno cordiali.

Ove avesse studiato Molière, Conte affronterebbe meglio i rapporti con il Cts nazionale e con quelli regionali, specialmente in un momento in cui pensa ai problemi immediati della sua tenuta e a quelli delle elezioni la primavera prossima che non potranno non avere riflessi sulla sua traballante maggioranza.

Guardando ai voti, Conte, il Pd ed il M5S vorrebbero allentare i lockdown per la Festa dell’Immacolata (in omaggio ovviamente a Padre Pio che ha più volte miracolato il presidente del Consiglio), per restringerli subito dopo quell’Epifania che – come dice un proverbio – “tutte le Feste porta via”. I medici guardano i dati sui ricoveri, le terapie intensive ed i decessi, e mostrano il loro disaccordo: questa volta non darebbero una “copertura tecnica” all’ennesimo Dpcm. Farfugliano di un “Resistere, resistere, resistere come sulle linea del Piave” sulla scia di quello del procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli e dei suoi sostituti nel pieno di Tangentopoli. Se conoscesse Molière, saprebbe che non si tratta di balbettii al vento perché i medici di Molière riuscivano a tenere in scacco tutta Versailles, e da lì tutta la Francia.

E poi una strategia “apri e chiudi” a singhiozzo è raramente vincente. Pure sul piano militare. Dai libri di storia, insegnata non molto bene al liceo classico “Pietro Giannone” di San Marco in Lamis, si sa che al General Cadorna, che la adottò, volle dire Caporetto. Conte era giovane quando verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, la seguì Robert S. McNamara nella guerra in Vietnam la fece propria chiamandola “flexible response”. È noto come andò a finire…

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