Conte continua a non decidere e a rimandare la risoluzione dei vari dossier, sia per evitare l’implosione dei “suoi” Cinque Stelle sia per non far venire alla luce tutte le divisioni, potenzialmente distruttive, della sua maggioranza. Ma continua anche ad occupare tutto l’occupabile, a centralizzare ogni potere

Chissà se Nicola Zingaretti rimpiange il giorno in cui, dando il suo avallo alla nascita del secondo governo di Giuseppe Conte, non pretese per sé o per il suo partito un posto da vicepresidente del Consiglio. Che è, in verità, quanto avevano fatto, nel precedente governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che alla sostanza avevano ridotto il premier a mero “notaio” più che “avvocato del popolo” (come lui si era definito).

Perché fatto sta che, memore di quell’esperienza, senza la presenza ingombrante al proprio fianco di due leader di peso (Di Maio, che dopo tutto, era stato sconfitto, insieme a Salvini, da quella partita agostana è stato “esiliato” alla Farnesina), Conte si è preso per sé (e per la sua cerchia) tutto il possibile, e anche l’impossibile. A volte sembrando un “uomo solo al comando”, con quei “pieni poteri” che il leader della Lega aveva per sé invocato fra un sondaggio esaltante e uno spritz a torso nudo e ballerino in quel del Papeete di Milano Marittima.

L’abito scuro, con pochette bianca di ordinanza, Conte non l’aveva invece mai tolto, traghettandolo pari pari dalla prima alla seconda fase della sua permanenza a Palazzo Chigi. Certo era stato poi aiutato dagli eventi, sia politici sia in primo luogo pandemici, ma, quando finalmente a maggio siamo usciti dal lockdown primaverile, tutte le contraddizioni di un “potere assoluto” che “assoluto”, e nemmeno “potere” fino in fondo, non può essere si sono poco alla volta manifestate tutte.

Fino a consegnarci all’immobilismo totale, quello per intenderci che di giorno in giorno reca sempre più apprensione e preoccupazione alla Commissione di Bruxelles che su Conte e la nuova maggioranza ha messo la faccia (e anche un bel po’ di soldini per quanto ancora, allo stato attuale, lontani e virtuali). Conte continua a non decidere e a rimandare la risoluzione dei vari dossier, sia per evitare l’implosione dei “suoi” Cinque Stelle sia per non far venire alla luce tutte le divisioni, potenzialmente distruttive, della sua maggioranza.

Ma continua anche ad occupare tutto l’occupabile, a centralizzare ogni potere. Ed è qui che entra in gioco Zingaretti, o meglio il Pd, che sa che a sua volta si sta giocando la faccia ma che pure non riesce a toccare le palle che vorrebbe e deve fare buon viso a cattivo gioco alle forzature e al personalismo del premier per non rischiare di far cadere tutta la baracca. Non c’è dubbio che è dalle sue parti (leggi Goffredo Bettini) che nasce l’operazione Berlusconi, tesa in ultima istanza sia a puntellare il governo, anche e soprattutto là dove (il Senato) il voto è sempre a rischio (il che è in teoria un bene per lo stesso Conte), sia a creare i presupposti di un “rimpasto” o addirittura di una “maggioranza Ursula” che possa limitare se non disarcionare l’inquilino di Palazzo Chigi.

La prima fase dell’operazione, leggi “scostamento di bilancio”, è stata disinnescata da un rapido intervento di Giorgia Meloni (seguita con qualche mal di pancia da Salvini) che ha per il momento ricompattato il centrodestra e fatto incassare a Conte un’altra vittoria su tutti i fronti (collaborazione a costo zero dell’opposizione e Berlusconi risucchiato fra i “suoi”).

Il secondo tempo però si preannuncia molto più impegnativo e pericoloso: il 9 dicembre Conte dovrà riferire in Aula, e chiedere un voto, sulla posizione italiana al Consiglio europeo del giorno dopo, ove si discuterà soprattutto del Mes. Un tema, quest’ultimo, che spacca in due maggioranza e opposizione e che vede di nuovo oggettivamente e “neo-nazarenicamente” alleati Zingaretti (e anche Matteo Renzi) e il Cavaliere.

Se anche questa volta il premier riuscirà a farla franca, facendosi concavo e convesso come sempre, una terza fase si preannuncia in sede di approvazione del bilancio, o subito dopo, in previsione di quella gestione dei fondi europei che, dopo un apparente venire incontro alle richieste degli altri partiti che chiedevano più collegialità, Conte è riuscito anche ieri, nel vertice dei capi delegazione, ad aggirare.

Il “coinvolgimento” richiesto sarà quello di due ministri a lui vicini (Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli), mentre le decisioni saranno poi gestite dai sei manager (che probabilmente saranno del prototipo di Domenico Arcuri, cioè a lui fedelissimi) e da una task force di 600 persone (sic!) il cui potere sostanziale, come è dato immaginare, si approssimerà allo zero.

A bilancio approvato, perciò, Renzi e Zingaretti potrebbero ritornare alla carica e imporre il cambio di passo. Anche se, da indiscrezioni che arrivano dal colle più alto, a quel punto potrebbe essere ancora una volta Sergio Mattarella a salvare la barca. Casomai, facendo semplicemente presente che il pericoloso passaggio alle Camere dopo il “rimpasto” comunque dovrà esserci. La situazione continua perciò a essere, per la politica italiana, quella dello stallo perfetto: le forze politiche, e forse noi stessi, siamo tutti surrealisticamente prigionieri di un potere tanto debole da dominare per e con la sua debolezza.

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