Aumentano gli investimenti e diminuiscono le rimesse (almeno quelle “emerse”): così “gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto produttivo nazionale”. Ecco i dettagli della relazione del Copasir

Aumentano i flussi di investimenti diretti esteri provenienti dalla Cina, ma anche la percentuale di proventi finanziari, derivanti da imprese italiane a controllo cinese che l’azionista di riferimento decide di reinvestire nel nostro Paese, invece che reinviare in Cina. È quanto si legge nell’addendum sulla penetrazione di capitali cinesi nel tessuto economico italiano della relazione del Copasir sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo che Formiche.net è in grado di anticipare.

Secondo i dati forniti da Banca d’Italia, i flussi di investimento diretti esteri provenienti dalla Cina sono in costante incremento nel tempo, da 573 milioni di euro nel 2015 a 4,9 miliardi di euro nel 2018. Gli stessi dati mostrano una sensibile diminuzione dei flussi di rimesse verso la Cina (da 237,7 milioni del 2016 a 1,4 milioni nel 2020). Tuttavia, recita la relazione del deputato Enrico Borghi (Partito democratico) e del senatore Francesco Castiello (Movimento 5 stelle) per il Comitato presieduto da Raffaele Volpi (Lega), “tale dato deve essere interpretato come meramente indicativo, in quanto i valori di flussi di rimesse tracciati e resi disponibili da Banca d’Italia si discostano notevolmente dai valori reali. Sovente, infatti, le rimesse inviate dall’Italia verso Paesi terzi sono in buona parte frutto di economia sommersa (attività lavorativa in nero ovvero proventi non dichiarati al fisco), ovvero di attività criminali e successivo riciclaggio di denaro contante”. Al netto di questo, però, “in ogni caso, è facilmente immaginabile che nel tempo gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto produttivo nazionale, decidendo di reinvestire in Italia i proventi delle proprie attività”, si legge ancora.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che la Cina finisce nel mirino del Copasir: prima per la questione 5G, poi per la propaganda a colpi di fake news e bot durante la crisi del Covid-19 in Italia, più recentemente per le mire sul porto di Taranto.

TRE TIPI DI INVESTIMENTI

La relazione divide tre: investimenti in aziende fondate in Italia da soci italiani e che hanno visto successivamente l’ingresso di soci cinesi nel capitale azionario con partecipazioni di rilievo (investimenti brownfield, ovvero frutto di riconversione); investimenti in aziende fondate in Italia da cittadini o aziende di nazionalità cinese ovvero filiali di società cinesi (investimenti greenfield); investimenti finanziari in società italiane quotate, che, pur costituendo investimenti in quote di minoranza, tuttavia, considerata la parcellizzazione del capitale, permettono all’investitore di avere un peso negli assetti societari.

“Per quanto concerne i primi due punti, a fine 2019 risultano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un’impresa partecipata”, si legge. “Le imprese italiane partecipate da tali gruppi sono in tutto 760 e la loro occupazione è di poco superiore a 43.700 unità, con un giro d’affari di oltre 25,2 miliardi di euro. In particolare, le 572 imprese italiane a partecipazione cinese occupano oltre 31.000 dipendenti, mentre il loro giro d’affari sfiora i 17,9 miliardi di euro. Le 188 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong occupano invece oltre 12.600 dipendenti e il relativo giro d’affari è pari a 7,35 miliardi di euro”.

DIVERSIFICAZIONI

“Dal punto di vista settoriale, le attività delle imprese italiane a partecipazione cinese appaiono abbastanza diversificate, dividendosi quasi equamente tra i principali comparti”; si legge. “Il maggior numero di imprese partecipate (150) si registra nel settore manifatturiero, che rappresenta però quasi i tre quarti del totale in termini di dipendenti (oltre 22.700). Segue, a grande distanza, il comparto dei servizi, con oltre 4.500 dipendenti in 173 imprese partecipate. Si contano quindi 126 imprese commerciali, con quasi 3.300 dipendenti, mentre i rimanenti comparti (settori primari, costruzioni e utilities) contano in tutto poco più di 500 dipendenti in 142 imprese partecipate (per lo più nel settore della produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica)”.

Quanto alla distribuzione territoriale delle imprese partecipate cinesi, la relazione sottolinea come queste siano “concentrate per i 4/5 del totale nelle regioni settentrionali. Spicca la Lombardia”, con oltre il 46 per cento del totale. “Gli investimenti greenfield sono nettamente prevalenti nel caso di attività commerciali o di servizio, mentre nel caso di attività manifatturiere l’ingresso delle imprese cinesi sul mercato italiano avviene sempre più spesso attraverso l’acquisizione di attività preesistenti (talvolta indirettamente, attraverso l’acquisizione di un gruppo estero con attività produttive in Italia), ancora una volta in analogia con il comportamento delle altre multinazionali presenti in Italia”.

ACQUISIZIONI STRATEGICHE

“Le acquisizioni avvengono, infatti, con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici. Tra gli attori maggiormente coinvolti, si segnalano multinazionali come StateGrid e ChemChina”, recita la relazione. Che cita l’ingresso della prima in CDP Reti S.p.A., la finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche che controlla Snam, Terna e Italgas, e della seconda in Pirelli (società presente in oltre 160 nazioni) di cui detiene la maggioranza (45 per cento) delle quote ed esprime il presidente.

“Energia, reti, aziende ad alto potenziale strategico e innovative vedono una grande concentrazione di capitali cinesi”, si legge ancora. “Il flusso si è recentemente interrotto con la pandemia da Coronavirus, ma ha in passato creato concentrazioni notevoli: la Shangai Electric Corporation ha comprato – già nel 2014 – il 40 per cento di Ansaldo Energia S.p.A. (con sede a Genova), mentre quote di ENI, TIM, ENEL e Prysmian sono sotto il controllo della People’s Bank of China, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese”. Poi si citano la penetrazione nel settore manifatturiero, in quello dei prodotti in gomma e plastica e quello dei prodotti farmaceutici, elettronici e ottici, ma anche della metallurgia, di altri mezzi di trasporto, di prodotti di metallo, dell’automotive e i prodotti elettrici (acquisizione di Candy Hoover Group S.r.l da parte del gruppo Haier e del gruppo di cantieristica nautica Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht di lusso).

IMPRESE QUOTATE

“Per quanto riguarda gli investimenti di società cinesi in imprese quotate in Italia di grandi dimensioni, i cinesi detengono – come detto – la maggioranza di Pirelli & C. S.p.A., ma hanno quote di minoranza in ENI, Intesa SanPaolo, Prysmian, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie”, si legge ancora. Poi però il Copasir aggiunge una postilla: “Nell’ambito degli investimenti di capitali cinesi nel nostro Paese, non si possono trascurare gli investimenti effettuati attraverso fondi di investimento, società di gestione del risparmio, società fiduciarie italiane ed estere o società finanziarie, le quali in qualche modo schermano l’identificazione del titolare effettivo degli investimenti”. E con l’esempio del fondo sovrano cinese China Investment Corporation (CIC), “che realizza i propri investimenti in Europa prevalentemente attraverso alcune catene societarie di diritto lussemburghese”, il Comitato avverte della difficoltà di “intercettare l’origine dei fondi e ricondurre l’azionariato delle aziende italiane oggetto di investimenti a soggetti cinesi”.

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