Il Presidente Mattarella è da più di un anno che ripete che “manca ancora molto all’effettivo raggiungimento della parità di genere”.

Lo ha fatto l’anno scorso per l’8 marzo, lo ha ripetuto quest’anno quando ha ricevuto una delegazione di donne medico, lo ripete ormai stancamente tutte le volte che la questione della discriminazione femminile viene riproposta. 25 Novembre: ci aspetta una giornata ormai segnata da convegni, panchine e scarpe rosse, editoriali sulle maggiori e minori testate giornalistiche. Inauguriamo anche noi oggi una simbologia efficace ma coraggiosa cioè un drappo rosso a tutte le porte dei condomini la denuncia ormai sistematica della violenza che avviene in famiglia. Mogli, madri, figlie, compagne sono massacrate e uccise nel corpo e nell’anima e il bollettino dato dal ministro della Giustizia annualmente è un rito macabro a cui nessuno, dico nessuno, tranne alcune associazioni denominate insulsamente “vetero femministe” dedica tempo e impegno per contrastare questa strage. Non basta il codice rosso negli ospedali. Lo abbiamo visto. La violenza della discriminazione sul lavoro che non si limita più alla sola disgustosa molestia ma arriva al licenziamento in questo anno segnato dalla pandemia è tragica. Le scuole chiuse, la flessibilità irrigidita sia dalla presenza sul luogo di lavoro, sia in un smart working non solo spesso coatto e senza soluzione di continuità e dunque senza il diritto effettivo alla disconnessione, e poi il mancato rinnovo del contratto in scadenza per non incorrere nel licenziamento impedito dal decreto anti covid. E poi l’Italia muore, non nascono più bambini ,gli e le giovani non fanno più figli anche perché non c’è lavoro e il declino demografico è uno dei problemi cardine del paese. E la diminuzione della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni spiega anche la diminuzione delle nascite quest’anno in discesa inarrestabile.

Occorrerebbe urgentemente estirpare l’ostinazione culturale e concreta che rende ancora barbaramente accettabile la violenza contro le donne che la tengono ancora sommersa: disimpegno che ha reso durissima la vita delle donne italiane investite dalla recessione economica aggravata da pandemia. Tutti gli indicatori ci dimostrano che le italiane sono fortemente ancora di più discriminate.

Il tasso di occupazione delle donne è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini, il lavoro part time riguarda il 73,2% le donne ed è involontario nel 60,4% dei casi. I redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini. Il 65% delle donne fra i 25 e i 49, con figli piccoli fino ai 5 anni, non sono disponibili a lavorare per motivi legati alla maternità e al lavoro di cura anche di anziani e non autosufficienti. L’Italia resta l’ultimo tra i 27 Paesi europei nel sanare i divari di genere nel mondo del lavoro, dove il reddito medio delle donne è il 59,6% di quello degli uomini a livello complessivo. Non è peraltro solo un problema di donne di cui ci occupiamo , ma della forza di uno Stato attento a un futuro sostenibile che punta al suo avvenire e ad un rispetto reciproco tra le nuove generazioni.

Non è solo “questione femminile” quando si immagina di promuovere risorse per le giovani imprese guidate da giovani e giovani donne o di dare impulso al terziario sociale che in altri Paesi organizza beni e servizi per le famiglie (creando centinaia di migliaia di nuovi posti). Non si tratta solo di problemi femminili quando si incoraggiano forme di conciliazione per i due genitori o flessibilità nel ricorso ai congedi parentali. E non è solo e sempre la cd questione femminile quando proponiamo meccanismi e benefici per la società intera di una riforma fiscale che parta dall’analisi dell’impatto che le politiche fiscali hanno anche sulle donne in particolare, monitorato tra efficacia e promozione dell’equità come la Ue ci raccomanda. Significa sostituire il quoziente familiare e introdurre sistemi di tassazione capaci di incentivare l’inclusione lavorativa delle donne riducendo le loro aliquote, significa ricorrere ai fondi bilaterali per sostenere i congedi per allargare la cura parentale, perché l’indipendenza economica attiva delle donne è la prima garanzia di libertà individuale e di sviluppo sociale. E non servono i fondi di garanzia per l’imprenditorialità femminile ma fondi a perdere per sostenere il rilancio delle imprenditrici strozzate dall’accesso al credito; incentivare la contrattazione collettiva per inserire benefit per l’accesso ai servizi territoriali per la famiglia. E bisogna essere leali e tirare fuori il Fondo di 70 milioni per caregivers familiari sparito non si sa dove, per aiutare le donne che hanno in cura i loro famigliari non autosufficienti. Niente celebrazioni dunque, ma fatti, vogliamo fatti concreti.

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