Kramp-Karrenbauer, ministro della Difesa, conferma le restrizioni anti Huawei: “Implicazioni troppo pesanti”. Berlino indica la via all’Unione europea: la sua leadership sarà fondamentale, chiunque vinca le elezioni negli Stati Uniti

Annegret Kramp-Karrenbauer, ministro della Difesa e segretario generale della Cdu della cancelleria Angela Merkel (di cui avrebbe dovuto raccogliere l’eredità se non avesse rinunciando a inizio anno), è il primo membro del governo tedesco a confermare che le restrizioni su Huawei il colosso cinese delle telecomunicazioni dalla rete 5G del Paese. “La Germania è, in linea di principio, aperta agli investimenti da tutte le parti. Ma se la tecnologia che ci viene offerta non è impeccabile, non può essere utilizzata”, ha dichiarato in un’intervista al Sydney Morning Herald prima della partecipazione a un evento con l’omologa australiana Linda Reynolds organizzato dall’Australian Strategic Policy Institute e dalla fondazione Konrad-Adenauer Stiftung.

“Le implicazioni politiche sarebbero semplicemente troppo pesanti”, ha continuato. “La Cina è un Paese che comprende molto bene la dimensione politica delle reti IT e dei flussi di dati. Sono sicura che le nostre controparti a Pechino capiscano che noi europei possiamo utilizzare solo la tecnologia di cui ci fidiamo”, ha aggiunto nell’intervista rilasciata a uno dei principali quotidiani d’Australia, cioè il primo Paese al mondo a bandire ufficialmente Huawei dal suo 5G, una decisione poi seguita da Stati Uniti e Regno Unito (altri, come il Canada, hanno optato per divieti de facto).

Il ministro ha poi rilanciato gli sforzi nell’Indo-Pacifico per contenere le mire cinesi (la Germania ha da poco adottato una serie di linee guida per la regione, come raccontato su Formiche.net) confermando che ufficiali tedeschi saranno impegnati con la Marina australiana e che una fregata tedesca pattuglierà l’Oceano Indiano. E in chiave Nato ha dichiarato: “Spenderemo di più per la difesa nel 2021 rispetto al 2020, nonostante il fatto che” il coronavirus “abbia colpito i nostri bilanci”. E ancora, molto diretta: “Ora la sfida è tradurre questo in veri muscoli reali”. “Condividiamo gli stessi valori, principi e interessi. Di conseguenza, siamo uniti contro coloro che ci sfidano”, ha il ministro con due duplice messaggio: un avvertimento a Pechino e un’apertura all’allargamento della Nato all’Indo-Pacifico. L’affondo alla Cina si fa durissimo poco poco: “Sono convinta che le controversie territoriali, le violazioni del diritto internazionale e le ambizioni della Cina per la supremazia globale possano essere affrontate solo in modo multilaterale”, ha dichiarato. Parole che “sono le più dirette che un ministro tedesco o europeo” abbia procurato “sulla Cina fino a oggi”, nota il quotidiano australiano che non dimenticato di sottolineare come la Cina sia il principale partner commerciale della Germania.

Una decina di giorni fa era stata la stessa Kramp-Karrenbauer, come riporta anche da Formiche.net, a rilanciare il legame transatlantico rinnovando il forte impegno della Germania verso l’“Occidente come sistema di valori”: “Solo l’America e l’Europa insieme possono mantenere forte l’Occidente, difendendolo dall’inequivocabile sete di potere russa e dalle ambizioni cinesi di supremazia globale”, aveva detto durante il suo intervento in occasione del Steuben Schurz Media Award. Non è l’unica esponente a esprimersi così. Il ministro degli Esteri Heiko Maas ha firmato un op-ed mettendo in guardia l’Unione europea dagli “approfittatori delle nostre differenze” che “siedono a Pechino e Mosca, ma anche a Teheran e Pyongyang”.

La Germania è chiamata a farsi “ancora di salvezza del continente”, ha scritto Constanze Stelzenmüller, senior fellow della Brookings, sul Financial Times. Chiunque sia il prossimo presidente degli Stati Uniti. Donald Trump (il primo presidente dal dopoguerra a non compiere una visita di Stato in Germania durante il suo primo mandato) sarebbe impegnato al disimpegno militare con conseguente fragilità della Nato. Joe Biden, che pur sembra più preoccupato dell’alleanza transatlantica, sarebbe occupato con l’ascesa cinese. Quest’urgenza a Berlino si sente anche con l’Iran (accordo nucleare) e con la Russia (Nord Stream 2 e caso Navalny). “Il dilemma di Berlino è che vuole fortemente riservarsi il diritto di non essere d’accordo con Washington (e che quest’ultima lo accetti), indipendentemente da chi sarà il prossimo presidente. Ma è molto lontana dal poterselo permettere”.

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