Aaron David Miller, ex funzionario Usa oggi senior fellow del Carnegie, ci spiega gli ultimi sviluppi in Medioriente: la visita di Pompeo negli insediamenti israeliani, la ripresa del dialogo, la disperazione palestinese e l’attesa bipartisan per l’amministrazione Biden

Aaron David Miller non ha dubbi: l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca è una buona notizia sia per Israele sia per i palestinesi. Oggi senior fellow del Carnegie Endowment for International Peace, Miller ha alle spalle 24 anni al dipartimento di Stato americano come analista, negoziatore e consulente di amministrazioni democratiche e repubblicane. A Foggy Bottom è stato uno dei protagonisti della politica americana sulla questione israelo-palestinese negli anni Novanta lavorando agli accordi di Oslo e di Camp David.

In un colloquio telefonico con Formiche.net ha spiegato perché, come ha scritto su Twitter, “Biden non è ancora in carica e ha fatto di più per i palestinesi di quanto non abbia fatto Trump in quattro anni”. Come raccontato da Formiche.net, martedì, nelle stesse ore in cui il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden sentiva telefonicamente il presidente israeliano Reuven Rivlin e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’Autorità nazionale palestinese annunciava la ripresa del dialogo con lo Stato ebraico. Secondo Miller è una mossa dettata della disperazione, dalla “peggior situazione per il nazionalismo palestinese da molto, molto tempo: non è mai stato così spaccato a metà”. Quello dell’Anp è dunque un annuncio, continua l’esperto, che “riflette il fatto che non c’è strategia, che i palestinesi hanno davvero molte poche opzioni e che il supporto politico che Mahmoud Abbas (presidente dell’Autorità nazionale palestinese, ndr) ancora rischia di essere seriamente eroso a causa della crisi economica”.

E non si può ignorare il “tradimento” di alcuni Stati arabi, come Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, che, con luce verde saudita, hanno firmato gli accordi di Abramo e normalizzato i loro rapporti con Israele. “Il tradimento da parte degli Stati arabi è una costante nella politica palestinese”, spiega Miller. “Ma questo tipo di tradimento, che parte dalla normalizzazione con Israele, è abbastanza sbalorditivo”. E si somma alle difficoltà interne dei palestinesi restituendo un quadro disperato all’interno del quale la vittoria di Biden rappresenta una speranza.

Ma Miller invita a non farsi troppe illusioni. “Penso che Biden manterrà i progressi fatti tra Israele e gli Stati arabi. Cercherà di fare alcune cose in favore dei palestinesi facendo pressioni a più livelli sugli israeliani. Ma non penso che investirà molto capitale politico in un conflitto che non mostra prospettive di progresso per il futuro”.

Anche perché la priorità dell’amministrazione Biden nella regione sarà l’Iran, dice Miller. “Ed è chiara la ragione: a differenza della questione palestinese, quella iraniana rischia di sfociare in una guerra tra l’Iran e Israele ma anche tra l’Iran e gli Stati Uniti. E sarebbe un grosso problema per un’amministrazione la cui priorità è la ripresa economica”.

Quanto ai rapporti tra Stati Uniti e Israele, Miller è convinto che Donald Trump sia stato un buon amico dello Stato ebraico, in particolare grazie al feeling con il premier Benjamin Netanyahu, ma abbia lavorato esclusivamente su una strategia a breve termine, con due direttrici. La prima è il disimpegno statunitense dalla regione (con conseguente rafforzamento delle alleanze con i Paesi del Golfo e Israele). La seconda è rafforzare il consenso interno — basti pensare alle recentissime mosse del segretario di Stato Mike Pompeo che in Israele ha visitato due insediamenti e annunciato che i prodotti di Giudea e Samaria potranno essere etichettati come “Made in Israel”. Ma tutto questo, nota Miller, ha reso quello di Israele un tema partigiano negli Stati Uniti: l’arrivo alla Casa Bianca di Biden potrebbe, al contrario, riportare la questione su un sentiero bipartisan negli Stati Uniti e multilaterale a livello regionale, conclude.

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