Finora il governo si è trincerato dietro il Comitato Tecnico Scientifico composto da epidemiologi e da alti funzionari dello Stato o delle Regioni. Ma sarebbe utile anche l’apporto di sociologi e micro-economisti

L’Italia è quasi tutta arancione o rossa, ma se la pandemia prosegue con la rapidità e l’intensità di queste ultime settimane, anche le poche aree gialle acquisteranno un colore più vicino al rosso. È futile discettare adesso se sarebbe stato preferibile un lockdown generalizzato a tutto il Paese (come quello della primavera scorsa) e se Governo e Regioni (chi più e chi meno) abbiano fatto passi falsi sei mesi fa, cantando troppo presto (e troppo forte) vittoria, oppure dando l’impressione di farlo. Oramai, la situazione è quella che. Ed occorre barcamenarsi, facendo le necessarie correzioni di tiro.

Si può riguardare il modo in cui vengono prese le decisioni per mantenere un equilibrio tra il contrasto al virus (o la difesa dal virus) e le esigenze di evitare una profonda recessione dell’economia (le stime più prudenti  – e più ottimistiche –  affermano che occorrerà attendere sino al 2028 per ritornare al Pil pro-capite del 1998, un ventennio perduto).

Sino ad ora il Governo si è trincerato dietro il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) nazionale, a cui le Regioni hanno contrapposto Comitati Tecnico- Scientifici Regionali (CTSR). Il primo è composto di 28 membri. Gli altri variano da quattro a dieci membri. Sono quasi esclusivamente composti da epidemiologi e da alti funzionari dello Stato o delle Regioni. In passato, ho fatto parte di vari Comitati Tecnico-Scientifici e del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Erano tutti più snelli ed avevano una notevole diversificazione accademico-professionale. Ho il timore che il CTS ed i CRSR siano, nelle loro sedute interne e nella loro interazione, la sede per colti dibattiti tra epidemiologi di scuole di pensiero differenti che hanno però meno utilità di quella che potrebbero avere se i comitati fossero meno numerosi e se accogliessero, nel loro ambito, economisti, sociologi e scienziati dell’organizzazione.

Ad esempio, l’apporto dei sociologi è essenziale per determinare, in una società come quella italiana caratterizzati da rapporti stretti tra genitori, figli e nipoti, sine a che punto sono fattibili restrizioni che assumono la separazione tra le tre età, specialmente se ci sono bambini piccoli che frequentano la scuola materna ed elementare. Inoltre, sarebbe essenziale l’apporto di scienziati dell’organizzazione per esaminare come rendere più efficienti e più efficaci i ”medici di famiglia” (anche chiamati “medici di base”) per l’azione sul territorio: l’attuale situazione di “medici convenzionati” con il Servizio sanitario nazionale (Ssn) e non nell’organico anche a tempo definito del Ssn sembra essere un serio ostacolo alla guerra contro il virus. L’apporto di micro-economisti sarebbe stato utilissimo per vedere se i sussidi ai monopattini (che hanno tanto il favore di un favore, su cui la magistratura sta correttamente indagando) hanno una maggiore priorità, ad esempio, di un eventuale sussidio a chi vuole cambiare telefoni cellulari vecchi più di tre anni e che, quindi, non possono scaricare la app Immuni. L’ultimo fascicolo del Journal of Economic Perspectives , una delle più autorevoli riviste del campo, ha interessanti contributo sull’apporto che gli economisti (per i quali la modellistica è il pane quotidiano) possono dare alle previsioni sull’evoluzione della pandemia elaborate principalmente da epidemiologi.

L’Italia a strisce non sembra avere stelle al merito visto il calo, nei sondaggi, della popolarità del Presidente del Consiglio, e dei partiti e movimenti che sorreggono l’Esecutivo. Forse, un aggiustamento è necessario.

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