Dalla campagna del 2008 di Barack Obama sono passati 12 anni e il mondo ha fatto passi da gigante. Ecco come sono cambiati gli Stati Uniti, dalla mobilitazione dei cittadini alle reti sociali (e virtuali)

12 anni fa, in America, Facebook era un complicato videogioco per un gruppo di smanettoni universitari, i telefonini potevano al massimo fare delle foto. Le auto elettriche sfrecciavano solo sui campi da golf e Donald Trump era un personaggio televisivo con un passato da imprenditore. Candidati presidenti erano due senatori: per i repubblicani un ex eroe del Vietnam amato anche dai democratici e per il partito democratico un giovane senatore primo candidato di colore nella storia degli Usa, amato anche dai bianchi. La notte delle elezioni in tutto il Paese si preparavano party e banchetti dalla east alla west coast, comunque andava sarebbe stata una festa.

In 12 anni il mondo ha fatto passi da gigante, Facebook e i social network mettono in contatto più persone di quante ne esistano sul pianeta, considerando defunti e doppi profili, e i telefoni fanno tutto, dai video all’elettrocardiogramma ma telefonare è quasi impossibile. Le macchine elettriche sfrecciano più veloci di quelle a benzina e non hanno neanche bisogno di chi le guidi. In tutto ciò si vota scegliendo tra un presidente “palazzinaro” e star televisiva e un ex vicepresidente entrambi vanno per gli 80.

Nulla è rimasto del nuovo che avanza. Per le strade di America si ergono barricate, dai negozi delle metropoli alle pianure del Texas, si caricano le armi automatiche e si assoldano guardie private. E tutto ciò non è per colpa della pandemia che (come solo in America può succedere) è rimasta, nonostante la sua carica di morte, quasi ai margini della campagna elettorale.

Gli smanettoni di Facebook che 12 anni fa speravano di diventare ricchi oggi hanno paura di esserlo diventati troppo. Chi votava 12 anni fa sperava che il proprio candidato vincesse, oggi ha paura che vinca l’avversario. Chi sperava di poter inviare foto e filmati col telefonino nel 2008, oggi ha paura che il proprio telefono diffonda troppe informazioni e foto che finiscono chissà dove.

La paura delle macchine elettriche ha stracciato i prezzi della benzina. Per le strade dell’America dove speravi di incontrare qualcuno che si conosceva ora si ha paura di incontrare chiunque.

Come è potuto succedere al Paese che fonda la propria democrazia sull’ottimismo, passare in così poco tempo dalla speranza alla paura del futuro? Chi ha sostituito la parola d’ordine per un popolo che vive di slogan?

Dodici anni fa un presidente di colore è diventato presidente del Paese che ha inventato la segregazione razziale. Quella scommessa vinta allora non si è mai più ripetuta, non per la paura di perdere le elezioni ma perché si è persa la speranza di vincerle. Chi 12 anni prima ha fatto mesi di volontariato non pagato, stavolta al massimo si è sforzato di inviare il voto per posta, sperando che non venga annullato dai giudici repubblicani della Corte Suprema.

Oggi, anticipando le fantasie apocalittiche del più depresso degli sceneggiatori il presidente in carica pur di non lasciare la Casa Bianca alimenta le rivolte urbane, soffia sul diffondersi della pandemia ha raccolto intorno a se’ migliaia di persone senza mascherina, a scambiarsi pericolosi droplets.

Su Amazon prime il documentario Obama Dream racconta quello di cui ci siamo dimenticati tropo presto, sì i leader possono fallire ma le speranze che l’America gli ha affidato sono ancora lì, anche loro un po’ spaventate. Distribuito da 102 Distribution in tutto il mondo il suo lancio voluto da Amazon di Jeff Bezos, ha coinciso con una notte elettorale da incubo in cui i convenevoli tra vincente e vincitore hanno lasciato il posto a chiamate alla rivolta e accuse di brogli. Chi ha votato allora ha avuto la possibilità di scegliere tra un cavaliere senza macchia e un giovane senatore con le idee chiare e la pelle scura, ricordarsene può allontanare la paura del futuro e trasformarla in speranza, che di paura se n’è avuta troppa.

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