Dopo una lunga esperienza nell’editoria in RCS Mediagroup, Fabio Bin intraprende la carriera imprenditoriale. Nel 2017, insieme a Paolo De Nadai, co-fonda WeRoad, la startup travel che ha innovato il modo di viaggiare dei Millennials. 

La pandemia sta mettendo a dura prova molti settori della nostra economia, come l’entertainment e il turismo. Siete sinonimo di antifragilità. Infatti dal report di Social Bakers Travel in Southern Europe, WeRoad svetta tra i Top Performing Profiles su Instagram in Sud Europa. Qual è lo spirito che via ha mosso in questi mesi così difficili? 

È proprio l’antifragilità che ci ha spinto ad andare avanti. Una delle leve della crescita di WeRoad è stato l’investimento sul capitale umano. Dopo 3 anni in ascesa, ci siamo trovati paralizzati a causa della crisi sanitaria, purtroppo ancora in corso.   

La prima cosa che abbiamo fatto è stata mettere in sicurezza tutta l’azienda, mediante il contenimento dei costi, la cassa integrazione e spostando la nostra attenzione verso nuovi business, sempre nell’ambito del traval, più legati al B2B piuttosto che al B2C.  

Grazie alle (ancora) piccole dimensioni di WeRoad siamo stati in grado di adattarci e rimodellare più rapidamente le nostre strategie. Purtroppo si dimentica, con sempre maggiore frequenza, l’impatto che questa crisi avrà nel lungo periodo. Va bene preoccuparsi della crisi sanitaria, ma non dobbiamo dimenticare che se non curiamo anche l’emergenza sociale, inevitabilmente ci prenderà impreparati, non appena avremo terminato di sconfiggere il COVID. 

Alcune ricerche confermano la presenza di trend positivo circa il consumo di Made in Italy. Questa tendenza può essere trasposta al settore del turismo in termini di maggiore turismo di prossimità?  

Credo che a volte ci siano dei falsi trend, un po indotti mediaticamente, un pò dovuti ad una particolare congiuntura. Sta di fatto che bisogna domandarsi se la pandemia porterà ad un cambiamento nel lungo periodo della nostra società oppure se sarà stato semplicemente una parentesi estemporanea all’interno della nostra vita.  

A causa di forze maggiori quest’estate ci siamo ritrovati a riscoprire l’Italia. Il desiderio di scoprire i nostri paesaggi limitrofi c’è ma sul lungo periodo vedo questo trend come un discovery weekend. 

Non ho dubbi che nel momento in cui ci sarà un vaccino e la crisi sarà definitivamente superata si tornerà a viaggiare e sono sicuro che le persone prenderanno il primo volo per scoprire mete a più lungo raggio.

Ad oggi abbiamo ancora delle tariffe aeree e ferroviarie basse. Presto o tardi questa fenomeno finirà. Pensi che il depauperamento della classe media, cambierà le mete degli italiani?   

Siamo abituati a viaggiare in lungo e largo per l’Europa con 50 euro. La classe media ha avuto accesso ad una serie di possibilità fino a qualche anno impensabili. Ora temo che l’eventuale innalzarsi dei costi dei biglietti delle compagnie aeree (di quelle che resteranno in piedi!), la perdita dei posti di lavoro (via eliminazione del blocco dei licenziamenti) o della Cassa Integrazione, che presto o tardi  dovremmo ripagare, porterà ad un divario sociale enorme tra persone tutelate e meno tutelate. 

Ultimamente, anche se in maniera stucchevole, si parla spesso di coopetition come nel caso di Burger King e McDonald’s. Pensi che più che parlare di posizionamento di mercato, oggi un brand debba prendere posizione su determinati argomenti, ad esempio più vicini all’etica piuttosto che al marketing?

La competition fra Burger King e McDonald’s ha sempre fatto parte delle loro dinamiche concorrenziali. Il fatto che stavolta sia stata girata in chiave positiva, rompe gli schemi per il consumatore finale. La cosa che più ho apprezzato è di avere iniziato non tanto al consumatore in quanto tale ma al consumatore in quanto stakeholder. 

Lo abbiamo fatto anche noi con la nostra campagna “Non sappiamo più dove mandarvi”. Ti coinvolgo nel farti comprendere cosa stiamo vivendo noi come Brand. Cerco di porre l’accento sul dietro le quinte di un Brand. C’è un’azienda, c’è un settore. Questo settore è a rischio più di altri ci lavorano tante persone, quindi sappiate che la situazione è drammatica e bisogna unire le forze per uscirne più velocemente possibile. Pertanto ritengo che il messaggio, comprate e sostenete i dipendenti, sia un passo in avanti nella comunicazione commerciale. 

Una delle cose che ci ha insegnato la crisi è che non esiste solamente il breve e il lungo periodo, ma l’immediato, l’hic et nunc. Cosa faresti ora per il nostro Paese?

Sono convinto che Non si possa fermare una società, come lo si sta facendo ora, anche se in maniera meno violenta rispetto a marzo. 

Ne il libro Il virus rende folli, l’autore Levy afferma che l’azione mediatica del virus è stata più virale del virus stesso e ci ha reso poco oggettivi in merito alle valutazioni.  Quindi abbiamo guardato solo all’emergenza sanitaria e non alle conseguenze psichiche o sociali che, inevitabilmente, avremo in un prossimo futuro.  

La realtà è che viviamo in un’economia di mercato. Abbiamo davanti a noi 2 strade: rifondare l’attuale sistema, oppure convivere con il virus e non fermare brutalmente un sistema così tanto interconnesso, soprattutto se non si hanno le risorse necessarie per compensare i settori maggiormente colpiti.   

Il bene maggiore per una società è la perpetuazione della società stessa. Quindi le nuove generazioni. 

Se tolgo alle nuove generazioni la possibilità di crescere ed emanciparsi, cosa ne sarà della società fra qualche anno? Se fermiamo la società non c’è più collettività. E per definizione una società è comunità, depauperarla denota la vittoria degli egoismi e non la speranza di un futuro per le nuove generazioni.

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