Cosa hanno in comune gli attentati terroristici e le strategie delle mafie per accaparrarsi l’economia del post (e durante) Covid. L’analisi del prof. avv. Ranieri Razzante, docente di Legislazione antiriciclaggio all’Università di Bologna e direttore di Crstitaly.org

Gli attentati terroristici e, dall’altro versante, le strategie delle mafie per accaparrarsi l’economia del post (e durante) Covid hanno in comune un aspetto “strategico”, a valle, ed uno “finanziario”, a monte.

L’opzione strategica è, per i terroristi, l’approfittamento del naturale deficit di attenzione degli apparati di sicurezza (per fortuna non tutti), concentrati sugli effetti della pandemia sulla tenuta sociale dei paesi interessati. Rimanendo infatti intatto (sic!) per i terroristi lo scopo e la natura della loro attività, purtroppo ben lungi dall’essere sconfitta, essi – questa volta scatenati dalle note vicende turco-francesi e, a mio avviso, da una tardiva (e ancora debole) presa di coscienza della minaccia jihadista a livello europeo -, sono tornati alle azioni eclatanti, che aggiungono terrore a terrore, morte a morte, popolarità e attenzione mediatica.

Gli scopi e le ambizioni (strategiche) che caratterizzano le mafie, cioè l’acquisizione di potere e territorio, stanno anch’essi realizzandosi – quando non, per fortuna, arginati da efficaci azioni di contrasto delle nostre Forze di polizia -, e perpetuandosi, dato che il Covid genera la pandemia economica cui stiamo assistendo. Necessità di fondi, che arrivano dal settore pubblico ma che, per le organizzazioni malavitose, si prendono dal privato, in denaro o in natura, acquisendo con facilità e a costi irrisori attività imprenditoriali e commerciali in difficoltà, inserendosi nel settore degli appalti e dei finanziamenti comunitari in arrivo. Il settore della farmaceutica, delle protezioni sanitarie, del turismo e dell’immobiliare sono ad oggi i più colpiti da questo fenomeno.

Mentre nel terrorismo, però, l’aspetto economico-finanziario non salta automaticamente agli occhi degli osservatori non esperti, nell’attività mafiosa strategia e finanza sono intimamente ed immediatamente connesse, dipendenti in maniera biunivoca l’una dall’altra.

Ma come ogni organizzazione, anche quelle terroristiche necessitano di denaro per sostenere le proprie attività criminali. Riuscire, quindi, ad intercettare e fermare i traffici economici volti al finanziamento di associazioni terroristiche significa sottrarre loro il “capitale” necessario per l’organizzazione delle attività criminali.

Ma vale anche il viceversa. Il circuito vizioso e micidiale che si è creato, mediante il sodalizio “mafie-terroristi”, tra le loro mire politico-sociali, ha portato innanzitutto allo sfruttamento di comuni opportunità di finanziamento delle rispettive attività.

I terroristi hanno “copiato” dai mafiosi le entrature derivanti dai traffici di droga e di armi, rapimenti ed estorsioni, ma, sopra ogni cosa, gli uni hanno condiviso (e condividono) con gli altri il traffico di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione.

La quasi totalità delle operazioni di riciclaggio si presenta infatti con l’occultamento della vera provenienza del denaro (sempre illecita), il cambiamento della forma dei beni, l’oscuramento delle tracce lasciate durante il processo di ripulitura, il controllo costante da mantenere sul “viaggio” e sulla destinazione del denaro così impiegato. Anche nelle tecniche di finanziamento al terrorismo è possibile individuare una “raccolta” (anche di denaro di fonte lecita, è questa la differenza con il riciclaggio mafioso); la successiva “trasmissione” a terzi, onde nascondere le finalità ultime dei movimenti di capitale, sfruttando per lo più sistemi di pagamento “sotterranei” o “paralleli” a quelli ufficiali. Macro e micro finanziamento, come piace a chi scrive descriverli: il primo alle organizzazioni e alle popolazioni di appoggio, il secondo ai fanatici terroristi e alle loro famiglie.

Il finanziamento del terrorismo si differenzia, pertanto, dall’attività di riciclaggio in quanto consuma denaro e non lo rimette in circolo nel sistema economico. Più dannoso, quest’ultimo, in termini di Pil, si potrebbe affermare in termini (cinicamente) economici. È proprio vero: i terroristi hanno un proprio “fatturato”, proprio come le imprese mafiose.

Data la natura del finanziamento del terrorismo, nonché del fenomeno in sé, è chiaro che l’efficacia delle misure di contrasto dipenderà prevalentemente dalla collaborazione attiva e completa tra i sistemi finanziari e bancari internazionali (intelligence economica), da affiancare necessariamente all’integrazione degli strumenti investigativi e legislativi di prevenzione e contrasto (intelligence militare).

La distribuzione asimmetrica (purtroppo, mi sa, insanabile) che caratterizza i mercati finanziari rende, ad esempio, i paesi off-shore e quelli caratterizzati da regolamentazioni finanziarie opache particolarmente attraenti (quando non finanziatori diretti) per i soggetti o le società collegate alle organizzazioni terroristiche e mafiose, proprio grazie alla difficoltà delle autorità di vigilanza e giudiziarie.

Ribadiamolo. Il sempre più importante coinvolgimento dei jihadisti nei traffici gestiti dal crimine organizzato, e viceversa, ha fatto in modo che si ripensasse, graduandolo, lo stesso obiettivo ideologico per dedicarsi, in modo più o meno esclusivo, a un affarismo che, inevitabilmente, tende a spaccare la stessa struttura terroristica a causa di volontà di preminenza e di aspirazioni di leadership, principalmente da parte di chi abbia assunto un certo potere economico.

Anche qui è rinvenibile una delle cause dei sommovimenti regionali e interni agli Stati ove si collocano, più o meno tradizionalmente, i gruppi del terrore.

Mafie e terroristi vanno a costruire “assetti criminali” complementari e funzionali a una ben più strutturata logica che, in misura crescente, alimenta un ciclo economico-sociale illegale condiviso.

Se queste riflessioni, comuni ormai alla gran parte degli studiosi dei fenomeni sopra evidenziati, non vengono acquisite, continueranno a prevalere dei “provincialismi”, specie in sede Ue, nell’approccio ad una seria mitigazione delle minacce incombenti.

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