La presidenza Trump non è stata un episodio occasionale, ma una tappa di un percorso di numerosissimi americani di un’America meno liberal. La vittoria di Biden, se confermata, è sempre sulla scia (pur se con colori differenti) di questo ripiegamento. L’analisi di Giuseppe Pennisi

A quattro giorni dallo election day, gli Stati Uniti sono entrati in una lunga notte elettorale che forse potrà protrarsi per tutto il mese di novembre e arrivare a sfiorare le vacanze di Natale se si entra oltre che in nuovi conteggi dei voti anche in complesse vertenze giudiziarie. Joe Biden è il presidente eletto deli Stati Uniti. La sua vice, Kamala Harris, è la prima vice presidente donna nella storia americana. Dopo giorni di conteggi, tutte le più importanti emittenti americane hanno proclamato la vittoria per il candidato democratico. Tuttavia, Donald Trump ed i suoi sostenitori contestano un risultano: “Non sta ai media eleggere il presidente degli Stati Uniti”.

Ho vissuto a Washington abbastanza a lungo per essere testimone di quattro elezioni presidenziali. Dato che avevo studiato negli Stati Uniti, anche se lavorando alla Banca Mondiale non partecipavo alla politica americana, avevo ed ho numerosi amici ai piani alti sia del Partito Democratico sia del Partito Repubblicano. Di conseguenza, sono stato spesso invitato in gennaio alla cerimonia del giuramento il giorno dell’insediamento.

Di norma, sino alle elezioni del 2000 (che comportarono nuovi conteggi in Florida), appena si avevano i risultati, il candidato perdente si congratulava con il vincitore, il quale si insediava negli Executive Offices – un palazzo accanto alla Casa Bianca – con gli stretti collaboratori per preparare la “transizione” al nuovo governo. Non solo la nomina dei ministri ma anche di alti funzionari e simili: il presidente degli Stati Uniti ha nelle sue mani circa 8.000 nomine. La “macchina” non si fermava ed il passaggio delle consegne avveniva senza traumi. Washington si svuotava e entro poche settimane si riempiva di nuovo. Momento ideale per comprare casa, perché erano in vendita quelle di coloro che partivano ed non erano stati ancora scelti quelli che li avrebbero sostituiti.

Cosa è successo? Sarebbe un errore imputare la lunga notte unicamente alla testardaggine di Donald Trump (il cui esito elettorale è stato molto superiore di quanto stimato nei sondaggi ed amplificato con i megafoni di molta stampa sia europea sia americana). Sarebbe anche un errore attribuirla principalmente ove non esclusivamente a marchingegni elettorali e costituzionali.

Nell’ultimo anno le analisi migliori sui problemi della società e delle istituzioni americane sono stati due saggi di Pietro Masci sul trimestrale Nuova Antologia dove si evidenziano i nodi profondi, accentuati dell’emergenza sanitaria, che travagliano un Paese alla ricerca di se stesso. Pietro Masci vive da quaranta anni tra Stati Uniti ed Italia, ha fatto due carriere parallele al ministero dell’Economia e delle Finanze a Roma ed alla Banca mondiale ed alla Banca interamericana per lo sviluppo a Washington, ha insegnato alla Scuola nazionale d’amministrazione ed all’istituto di studi europei Alcide De Gasperi ed in prestigiose università americane e canadesi.

La presidenza Trump non è stata un episodio occasionale, ma una tappa di un percorso di numerosissimi americani di un’America meno liberal e maggiormente rivolta ai propri problemi interni. La vittoria di Biden, se – come pare certo – confermata, è sempre sulla scia (pur se con colori differenti) di questo ripiegamento. Trump prometteva poco o nulla in termini di partnership economica, politica e culturale “atlantica” con l’Unione europea (Ue). Biden – si vedrà – ma forse ne promette ancora meno perché assediato dai problemi interni degli Usa e da forze politiche. Quelle del Partito Democratico di oggi, essenzialmente protezioniste ed isolazioniste.

È comunque presto per brindare.

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