Le grandi economie del pianeta hanno assunto impegni unilaterali e non condizionati per azzerare le emissioni di carbonio e degli altri gas ad effetto serra. Le sfide dell’Europa

Negli ultimi mesi del 2020 si è rapidamente modificato il panorama internazionale degli impegni per la decarbonizzazione dell’economia e per combattere il cambiamento climatico.

Dopo la decisione Europea di raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, nel settembre 2020 la Cina ha annunciato l’impegno per la “carbon neutrality” entro il 2060, seguita da Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna, Canada.

Il neo eletto presidente Biden ha annunciato il “rientro” nell’accordo di Parigi non appena insediato alla Casa Bianca ed ha presentato il Clean Energy Revolution Plan che prevede la carbon neutrality degli Usa entro il 2050.

Ovvero, tutte le grandi economie del pianeta hanno assunto impegni unilaterali e non condizionati per azzerare le emissioni di carbonio e degli altri gas ad effetto serra entro i prossimi 30-40 anni.

I percorsi per raggiungere questo obiettivo sono diversi fra loro, ma convergono nella direzione comune della progressiva eliminazione dei combustibili fossili, con target intermedi al 2030.

Ovvero la partita si gioca nel prossimo decennio.

In questo contesto va collocato l’impegno europeo per la riduzione del 55% delle emissioni di carbonio e degli altri gas serra entro il 2030.

Una sfida possibile ma difficile, come emerge dalla valutazione di impatto sul 2030 Climate Target Plan effettuata dagli uffici della Commissione Europea del 17 settembre 2020.

Il rapporto, senza giri di parole, identifica le molte barriere e contraddizioni nelle regole europee in vigore, a partire dalla direttiva sulla tassazione dell’energia (Etd), che non è cambiata dal 2003 ed è considerata obsoleta.

Nello stesso tempo il rapporto sollecita regole e misure adeguate per superare le barriere normative e di mercato che rallentano la realizzazione delle soluzioni già disponibili a basse emissioni di carbonio con costi competitivi o lo sviluppo di quelle innovative ( biocarburanti avanzati, idrogeno o combustibili elettronici, cattura e stoccaggio del carbonio con riuso).

Secondo il rapporto, il superamento di queste barriere libera risorse e rende competitive le soluzioni a basse emissioni o a emissioni zero.

E sono anche rilevanti le valutazioni in merito alle emissioni “fuggitive” di gas naturale ( che ha un potere di riscaldamento 20 volte superiore all’anidride carbonica) dalle decine di migliaia di chilometri di pipelines che trasportano il gas attraverso l’Europa : un warning sul ruolo effettivo del gas come combustibile di transizione verso la decarbonizzazione.

Siamo dunque all’inizio di un percorso che richiede modifiche profonde del sistema energetico europeo e delle fondamenta tradizionali dell’economia dell’energia nel nostro continente.

Ancora più complessa è la sfida della Cina.

Un recente rapporto (29 settembre 2020) dell’Università Tsinghua di Pechino, ha tracciato le linee della transizione energetica della Cina per raggiungere la carbon neutrality : tra il 2025 e il 2050 l’impiego del carbone sarà ridotto del 96%, quello del gas del 75%, e quello dei prodotti petroliferi del 65%. Mentre è previsto un aumento del 382% del nucleare, del 587% dell’energia solare, del 346% dell’energia eolica, del 100% dell’energia da biomasse e del 50% di quella dall’idroelettrico.

Il piano quinquennale appena approvato si muove su queste linee.

Secondo le valutazioni effettuate utilizzando i modelli macroeconomici di Cambridge Econometrics’ (E3ME macroeconomic model), la transizione energetica cinese avrà un impatto positivo sul prodotto interno, soprattutto nel breve periodo, per la dimensione degli investimenti necessari per aumentare la produzione e installazione di impianti a emissioni zero, di reti elettriche intelligenti ad alta efficienza, di auto e mezzi di trasporto elettrici, di impianti per la cattura del carbonio…. Inoltre, l’economia di scala della produzione delle tecnologie a emissioni zero per rispondere alla domanda interna determinerà un effetto “spillover” con due conseguenze: la riduzione dei prezzi e l’aumento delle esportazioni dalla Cina come già avvenuto per il fotovoltaico.

Le scelte di Europa e Cina hanno lo stesso obiettivo e percorsi simili.

Considerando la dimensione degli investimenti necessaria, sarebbe logico individuare e concordare modalità per la collaborazione nella ricerca e sviluppo delle soluzioni tecnologiche, per la definizione di standard comuni da proporre a livello globale, per l’ottimizzazione delle risorse finanziarie.

La decisione di istituire una piattaforma di dialogo sui cambiamenti climatici, a conclusione del vertice Europa Cina del 14 settembre scorso, potrebbe essere la “chiave” per favorire un lavoro comune e costruire un modello aperto alle altre grandi economie, tenendo conto della Clean Energy Revolution di Biden, che prevede la produzione di elettricità a emissioni zero entro il 2035.

Il cambiamento climatico e le “convergenze parallele” di Cina e Europa potrebbero essere l’occasione per riprendere il filo di un dialogo globale “a tutto campo”, con gli Usa di nuovo a bordo dopo 4 anni.

Questa è forse l’occasione per sostituire al “decoupling” delle economie ed al conflitto una “collaborazione competitiva” , che tra l’altro avrebbe effetti positivi sull’economia globale: secondo la che la Deutsche Bank la mancanza di collaborazione (bifurcated technology) rallenterà i tempi dello sviluppo delle soluzioni carbon free e costerà 3.500 miliardi di dollari.

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