Una crisi di sistema avrebbe bisogno di qualcosa di più che non questa sfida tra volpi un po’ spelacchiate e leoni niente affatto maestosi. Avrebbe bisogno di incrociare una classe dirigente che sapesse parlare al Paese lontano, risvegliarne le energie, offrirgli uno specchio capace di far vedere le difficoltà che abbiamo davanti a noi. Il commento di Marco Follini

Non vorrei offendere nessuno. Ma la contesa politica di questi giorni, di queste ore, a me sembra ormai ridotta a una sfida tra la furbizia e la brutalità. E confesso che nessuna delle due cose mi sembra utile più di tanto al Paese.
A sinistra c’è molta furbizia. Un parlare in codice, un guadagnare tempo, un alludere in una direzione per poi prendere la direzione opposta, un continuo giocare di sponda. Non a caso la figura dominante di questa parte del campo, almeno fin qui, è stato l’avvocato Conte, premier di due opposti governi e accorto manovratore delle sue stesse fortune. Ora la sua stella si è offuscata e il suo governo assai probabilmente è finito (e meno male). Ma quel suo tratto di astuzia – sia pure un’astuzia di cortissimo respiro – minaccia di sopravvivergli.

A destra c’è molto, troppo spirito muscolare. Domina da quelle parti l’idea che la rabbia del Paese sia il propellente più efficace per andare al governo. E così si cavalcano i malumori e i risentimenti delle categorie più bistrattate confidando che tutta questa sofferenza possa abbattersi, procedendo a senso unico, solo contro le mura del castello governativo. Senza considerare che una volta che sì è dato fuoco alle polveri, quelle polveri possono bruciare dappertutto.

Ora, se noi fossimo in tempi di ordinaria amministrazione potremmo tenerci quelli che abbiamo. Il tatticismo del centrosinistra non è necessariamente così disdicevole, e una certa brutalità della destra non è detto che sia destinata ad uscire dall’alveo costituzionale. Insomma, si potrebbe sperare che il centrosinistra sapesse almeno manovrare con accortezza e il centrodestra a sua volta prima o poi riuscisse a misurarsi con una realtà più ampia e complicata delle proprie parole d’ordine.

Il punto però è che noi stiamo attraversando una vera e propria crisi di sistema – che è sempre molto più che una “semplice” crisi di governo. E quando a ballare è il sistema, tutto intero, si vorrebbe poter disporre di una politica che avesse almeno la consapevolezza di quello che sta accadendo. È su questo sfondo che appare chiara la inadeguatezza dei progetti in campo. La sinistra infatti si affida alla sua capacità di manovra, la destra si affida alla sua attitudine allo sfondamento. Gli uni pensano di poter giocare il populismo di sinistra contro il populismo di destra, che è assai più massiccio. Gli altri pensano che una volta messo insieme il loro 51 per cento (ammesso che sia) ogni problema sarà magicamente risolto.

Eppure una crisi di sistema avrebbe bisogno di qualcosa di più che non questa sfida tra volpi un po’ spelacchiate e leoni niente affatto maestosi. Avrebbe bisogno di incrociare una classe dirigente che sapesse parlare al Paese lontano, risvegliarne le energie, offrirgli uno specchio capace di far vedere le difficoltà che abbiamo davanti a noi. E vedendo le difficoltà, intuire anche le possibilità che vi sono nascoste.

Molti tra gli attuali dirigenti in campo sono persone capaci. Ma l’uso che stanno facendo, anche i migliori, del loro stesso talento mette un certo disagio. Come si dice in questi casi, spero di sbagliare.

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